“Pensare per mondi possibili”: sul pensiero creativo che ci prepara al futuro

12 dicembre, 2019

Altisensi è un progetto che nasce nei corridoi dell’Università Statale di Milano da un’idea di Paola Maria Sala e Marianna Brescacin. Insieme hanno fondato una start up con cui propongono progetti nelle scuole dell’infanzia e primarie, formazione per insegnanti e incontri per i genitori, oltre che workshop aperti al pubblico.

Alla base della loro metodologia è la ricerca sperimentale posta al servizio dell’educazione, per favorire nei bambini (e non solo) l’emersione di un’identità consapevole della propria unicità, aperta all’altro e al diverso, al nuovo, al possibile.

Abbiamo intervistato Paola Maria Sala per farci raccontare, più in dettaglio, il potere del pensiero creativo e come questo può influenzare lo sviluppo di competenze per affrontare al meglio il mondo scolastico e quello del lavoro.

 

D: Cos’è il pensiero creativo? Perché è importante “allenarlo”, in particolare durante l’infanzia?

 

R: Il pensiero creativo si manifesta in una ricchezza ideativa, una sensibilità alla comprensione di problemi e un’elasticità nel ristrutturarli per elaborare soluzioni utili. È una facoltà fondamentale perché un individuo cresca consapevole, immaginativo e libero di abitare il suo mondo senza subire passivamente le costanti trasformazioni dell’ambiente. Una mente creativa è flessibile e aperta a nuove conoscenze, scorge connessioni, si adatta agli imprevisti, scopre vie inesplorate per risolvere problemi, si diverte, accoglie le differenze, concepisce i fallimenti come opportunità di apprendimento, abbraccia il possibile e l’indefinito, anticipa e prevede, sviluppa idee uniche e utili. Occorre nutrirlo, sostenerlo e aiutare il suo sviluppo, che avviene durante l’infanzia a partire di 18 mesi di vita. 

Purtroppo quello che sembra accadere sempre di più nell’ambiente scolastico è una noncuranza verso lo sviluppo del pensiero immaginativo e divergente, di contro a una tendenza a valorizzare solo il pensiero di tipo convergente. È per questo che abbiamo deciso di lavorare per prenderci cura del pensiero creativo dei bambini perché possano percorrere vie originali per orientare il proprio modo di pensare, essere, agire. 

 

D: Come nasce il progetto Altisensi?

 

R: I fattori della sua nascita sono plurimi e diversi. Il primo in assoluto è la passione per il pensiero del bambino che ci accomuna, quel particolare modo di guardare tutto con stupore e curiosità senza dare mai niente per scontato. Il secondo è il risvolto della nostra ricerca sperimentale che ha coinvolto 250 bambini di 3 scuole primarie di Milano, da cui è emerso in maniera statisticamente significativa che un’educazione al pensiero divergente ha effetti molto evidenti sulla capacità delle giovani menti di pensare in modo creativo. Il terzo è sicuramente la nostra formazione filosofica, dalla quale abbiamo imparato un tipo di sguardo, quello che prova meraviglia e, facendo incuriosire, invita ad andare in profondità. 

È proprio da qui che nasce il nome Altisensi: Alti sono i mondi fantastici che incoraggiamo ad esplorare, che stanno un po’ al di sopra della realtà quotidiana, ma anche intorno e dentro di essa.  Il latino altus suggerisce anche l’idea di qualcosa di profondo, che non resta in superficie e che per essere scoperto ha bisogno di tempo, impegno e dedizione. Sensi ci ricorda l’immenso universo della semantica e lo studio delle relazioni fra le espressioni che usiamo e i loro significati. Sensi non sono solo i cinque di cui ci serviamo per conoscere il mondo, ma anche quelli infiniti che attraverso il gioco vogliamo scoprire: significati nuovi, originali, personali, autentici e creativi. 

 

D: Come si svolge generalmente uno dei vostri laboratori? Che tipo di risposta ottenete dagli studenti?

 

R: Entriamo in classe per un’ora ogni settimana nell’arco di un quadrimestre e proponiamo laboratori volti allo sviluppo del pensiero creativo, che abbiamo ideato – e continuiamo a ideare – ispirate principalmente da Gianni Rodari e Bruno Munari per quanto riguarda la creatività verbale e quella visuo-spaziale. Fin da subito favoriamo la creazione di un clima di gioco,non giudicante – la nostra è una delle poche attività senza il voto – dove ogni bambino è lasciato totalmente libero di esprimersi. Crediamo sia fondamentale crescere ed essere educati in un ambiente che lasci libertà ideativa e ponga attenzione all’aspetto generativo del pensiero, favorendo l’esercizio immaginativo personale, senza eccessivi vincoli contenutistici. Per lo sviluppo del pensiero creativo infantile, inoltre, l’aspetto ludico è imprescindibile: bisogna che ad ogni singolo bambino sia concesso uno spazio ampio e libero di gioco, simbolico e non, dove poter cogliere tutti gli stimoli dall’ambiente e sperimentare situazioni e soluzioni nuove. 

 

I laboratori di Altisensi non sono volti all’apprendimento di contenuti, ma all’allenamento di competenze. Per questo motivo ci possiamo servire quasi di ogni cosa e usiamo i pretesti più diversi. L’incipit del laboratorio può essere una linea che disegniamo alla lavagna, una conchiglia che portiamo in classe, un oggetto misterioso, una candelina profumata, un pretesto fiabesco come un bosco incantato, la definizione di corpo umano… parole, immagini, suoni, oggetti, avvenimenti sono i punti di partenza per dialogare nel gruppo classe ed elaborare insieme idee, esprimere pensieri e condividere racconti in un’atmosfera coinvolgente e vivace. I bambini partecipano sempre tutti con entusiasmo e spesso svelano tratti di sé spesso nascosti o latenti a scuola durante le ore di didattica standard.

 

 

D: Avete monitorato gli effetti dell’esercizio del pensiero creativo sul rendimento scolastico: in quali discipline i bambini hanno mostrato dei miglioramenti?

 

R: Gli effetti dei nostri training si manifestano in più ambiti, primo fra tutti quello delle competenze emotive e relazionali, poi in quello cognitivo. Gli alunni sviluppano atteggiamenti empatici e cooperativi, accrescono la stima nelle proprie capacità, imparano a comunicare i propri pensieri fiduciosi di saperli ascoltati. È così che giorno dopo giorno vediamo crescere i livelli di quelli che vengono chiamati “mediatori del successo scolastico”: autostima, autoefficacia, coinvolgimento scolastico, motivazione, relazioni con pari e insegnanti. Sofia, di 8 anni, ci scrive: “Mi sono sentita libera perché potevo esprimere quello che pensavo”, Tommaso di 7 anni invece “Mi ha insegnato a condividere le mie idee con gli altri, perché così ci conosciamo meglio”. Gli insegnanti spesso ci comunicano con stupore che il benessere del gruppo classe aumenta, i conflitti sono gestiti meglio in quanto i bambini imparano ad esprimersi motivando le proprie scelte e cercando di spiegare le proprie ragioni ai compagni, come fanno durante i laboratori. 

Se c’è un effetto positivo su questi mediatori, di conseguenza anche il rendimento scolastico in senso cognitivo ne risente positivamente. I docenti ci comunicano che, grazie all’allenamento dell’immaginazione che proponiamo, aumenta nei bambini la capacità di risolvere i problemi in matematica e una certa elasticità nel ristrutturarli. Per quanto riguarda l’area linguistico-espressiva, si attesta un ampliamento lessicale e una maggiore capacità argomentativa.

 

D: Che tipo di approccio adottate, invece, nella relazione con gli adulti, ad esempio con gli insegnanti che avete formato durante le sperimentazioni?

 

R: Le attività per gli insegnanti – e per i genitori – mirano a sensibilizzare sull’importanza dello sviluppo della creatività nell’infanzia, forniscono strumenti per creare ambienti di apprendimento cooperativo e per ideare attività laboratoriali che stimolino il pensiero divergente e il linguaggio. La formazione insegnanti di Altisensi è concepita per gruppi di massimo 20 docenti, dal momento che non si tratta mai di lezione frontale ma dialogata, attiva e laboratoriale. Come i bambini apprendono attraverso l’esperienza, così crediamo che valga anche per gli adulti, che sollecitiamo durante i nostri workshop con attività dinamiche in cui possono mettere alla prova la loro creatività di pensiero e prendere più consapevolezza del proprio potenziale (spesso latente). Non di rado accade, infatti, che durante queste sessioni gli adulti si sorprendano nel rendersi conto della disparità tra la loro capacità ideativa e quella dei loro bambini, infinitamente più vivace e allenata.

Per noi è di fondamentale importanza instaurare una sinergia educativa con i docenti che seguono la sperimentazione: costruiamo la formazione in modo che essi colgano le basi teoriche che sottostanno alle attività che svolgiamo in classe, sia quelle di valutazione che quelle di training, cosicché possano da un lato avere uno sguardo critico sul lavoro che si sta facendo e dall’altro acquisire dal nostro approccio strumenti per arricchire il loro stile di insegnamento.

 

D: Hai avuto modo di rilevare l’influenza della tecnologia e del digitale nello scambio con i bambini incontrati durante i laboratori? Se sì, come si manifesta?

 

R: Andrew Grant, nel suo volume Who killed creativity?, mette in luce un dato impressionante: fino al 1990 il quoziente medio di intelligenza e il punteggio medio nei Test di Creative Thinking erano elementi che crescevano di pari passo. Dopo il 1990, il punteggio medio di creatività decresce in modo rilevante: se pensiamo a cambiamenti significativi accaduti in quel periodo, non c’è alcun dubbio sul fatto che l’avvento della tecnologia sia in cima alla lista tra i fattori di influenza. 

Ho modo di accorgermi dell’influenza del digitale ogni giorno. Senza dubbio la tecnologia sta avendo un’influenza di dimensioni cosmiche sulla mente dei bambini. Il loro immaginario è abitato da figure, personaggi e dinamiche legate soprattutto al mondo dei videogiochi, a discapito di animali, vegetali, persone, luoghi e oggetti reali. Mi capita anche non di rado di vedere bambini di 3 anni approcciare le pagine di un libro facendo “slide” o “touch” con il ditino per girare la pagina, per dare un’idea di quanto sia pervasivo l’impatto tecnologico nelle loro (e nostre) menti.

 

 

  

 

 

D: Quando si parla di lavoro del futuro, la creatività figura tra le tre prime competenze che saranno sempre più richieste dal mercato: in che modo il pensiero creativo aiuta ad affrontare il contesto lavorativo?

 

R: Colui che sa immaginare sarà più facilmente in grado di immedesimarsi nella vita di altri e così vivere la realtà secondo plurimi punti di vista e prospettive. Utilizzare il pensiero creativo permette di superare i limiti della propria visione  e ampliarla su persone, cose, avvenimenti. 

Chi sviluppa una ricca immaginazione, è in grado di “pensare per mondi possibili” e di conseguenza sarà facilitato ad individuare diverse vie risolutive ad un problema, a trasporre le situazioni al passato o al futuro, a prevedere ed anticipare conseguenze, a comprendere le implicazioni e i nessi degli avvenimenti, a risalire più facilmente dagli effetti alle cause. Chi immagina di più, è maggiormente portato ad elaborare idee e soluzioni non banali, non omologate, ma innovative e creative a problemi concreti e astratti. L’immaginazione «rende l’uomo un essere rivolto al futuro, capace di dar forma a quest’ultimo e di mutare il proprio presente».

 

D: Esiste, a tuo avviso, una relazione tra pensiero creativo e competenze digitali? Se sì, di che tipo?

 

R: Non c’è evidenza empirica e non abbiamo ancora approfondito la questione.

 

D: Avete fondato una startup che fa dell’insegnamento filosofico il suo modello di business: credi che lo studio delle discipline umanistiche può essere un motore di propulsione per l’innovazione? 

R: Sì, senza alcun dubbio gli studi umanistici hanno un immenso potenziale. La filosofia ci ha insegnato a guardare la realtà da diverse prospettive, senza preconcetti né uni lateralizzazioni, a non smettere mai di farci domande e ci ha aiutato a sviluppare un pensiero critico e personale, sempre alla ricerca di soluzioni nuove, pratiche e adeguate ai contesti.

Crediamo che questo sguardo originale sia il motore propulsore dell’innovazione anche perché per noi lo è stato. Senza lo studio della filosofia mai ci saremmo avventurate nel fondare una start up scommettendo tutto su un ideale!