Il nuovo Culturability

Un bando rinnovato

Il nuovo Culturability si presenta con un formato diverso: durata biennale, focus sugli spazi che hanno già intrapreso un percorso di rigenerazione, attenzione verso la qualità dell’offerta artistica.

La call è aperta fino al 16 giugno 2020.

Nesta Italia, felice di essere tra i partner del percorso che si concluderà nel 2022. Siamo convinti, quest’anno più che mai, del valore culturale e sociale del bando, specialmente per le organizzazioni del territorio.

Se cercate delle buone motivazioni per partecipare, potete leggere questa intervista con Roberta Franceschinelli, project manager, che ci racconta le nuove coordinate e gli obiettivi della sesta edizione.

Quali sono gli elementi essenziali che definiscono uno “spazio culturale innovativo”? Di cosa parliamo, in concreto, con questa espressione?

RF: I centri culturali innovativi sono spazi fisici in cui si sviluppano processi di innovazione culturale con impatto sociale e civico, e si sperimentano nuove logiche di collaborazione con le comunità locali.​ Provo a tracciare un loro breve identikit.

Sono laboratori in cui si sperimentano nuovi modi di progettare, produrre, distribuire e fruire cultura, che sviluppano logiche collaborative e formulano talvolta  risposte ai bisogni sociali emergenti. Rappresentano piccoli presidi locali di un welfare differente, offrono servizi che il Pubblico riesce solo in parte a garantire e lo fanno in spazi poco canonici, così come garantiscono servizi che rispondono a esigenze nuove, solo in parte riconosciute come rilevanti.

Si tratta di centri multidisciplinari dal punto di vista dei comparti e dei linguaggi artistici. Spazi ibridi, crocevia di settori diversi: educazione, agricoltura, manifattura, cohousing, ristorazione e attività commerciali di market place (non di rado essenziali per garantire sostenibilità). Spesso uno stesso luogo ospita attività molto diverse e anche target differenti a seconda dei momenti della giornata.

All’ibridazione di funzioni corrisponde la diversità degli attori coinvolti e delle loro competenze, provengono dal mondo non profit, così come da quello delle imprese e dal Pubblico. Realtà giovani, spesso anche dal punto di vista anagrafico delle persone coinvolte, nate secondo logiche bottom-up, che cercano di aggregare attorno a questi centri coalizioni di attori diversi, cercando spesso di tessere (non con poche difficoltà) nuova partnership tra pubblico-privato-terzo settore-singoli cittadini. Infatti, lavorano non solo per ma con la comunità locale, sperimentando sul campo nuove formule di governance partecipativa, realizzando processi di empowerment e attivazione sociale.

Una parte consistente di questi luoghi culturali nasce a partire da processi di rigenerazione e riattivazione di immobili abbandonati, dismessi o sottoutilizzati. Nascono anche per prendersi cura delle tanti parti abbandonate del patrimonio del Paese.

La nuova edizione del bando “culturability” lavorerà con le organizzazioni ad un percorso di trasformazione che segue tre direttrici di innovazione, tra cui il rapporto tra qualità artistica e comunità di riferimento. Come si è delineato questo rapporto nel corso degli anni? Ci sono degli esempi virtuosi?

RF: Quest’anno abbiamo deciso di insistere maggiormente sul tema della qualità e della sperimentazione culturale e artistica dell’offerta dei centri rigenerati. Da ciò, la decisione di inserire fra le tre direttrici di innovazione proprio la relazione che c’è – e deve esserci –  tra questa qualità e le comunità alle quali lo spazio si rivolge ed è aperto.

Nel corso degli anni ci siamo resi conto che, molto spesso, nella fase nascente uno spazio è assorbito principalmente da questioni connesse alla concessione e alla riqualificazione dell’immobile, oltre che alla necessità di renderlo agibile. A tutto questo, si aggiunge un eccessivo orientamento alla produttività fondamentale per garantire la partenza e la sostenibilità economica. Questi fattori sommati determinano la difficoltà di fare un investimento temporale ed economico significativo su aspetti connessi alla qualità delle proprie proposte.

Con “culturability” 2020, quindi, vogliamo sottolineare e recuperare l’importanza di lavorare perché gli spazi optino per una maggiore cura della qualità artistica, scientifica e culturale dei progetti e dell’offerta al pubblico, in stretta connessione con una rinnovata attenzione alle relazioni con le comunità di riferimento.

Possiamo farlo anche perché non ci rivolgiamo più a iniziative appena avviate, ma il nuovo bando intende favorire la crescita e il rafforzamento dei centri culturali innovativi già attivi in Italia. Spostiamo così l’oggetto dai luoghi rigenerati ai luoghi rigeneranti, che abbiano intrapreso negli anni passati percorsi di rigenerazione e trasformazione dei contesti e delle comunità di riferimento.

Nelle precedenti edizioni del bando non sono comunque mancate esperienze che hanno saputo coniugare le diverse istanze, garantendo cura e attenzione agli aspetti culturali e artistici. Solo per citare alcune delle iniziative che abbiamo sostenuto e con cui abbiamo collaborato: CasermArcheologica a Sansepolcro, l’asilo a Napoli, Mercato Sonato a Bologna, Spazio Franco a Palermo, altri ancora.

Il nuovo “culturability” ha durata biennale, un bando “lento” rispetto ai precedenti. Quando è nata l’idea di ripensare i tempi del percorso? 

RF: La rigenerazione culturale ha bisogno di tempo: siamo partiti da questa consapevolezza. Il nuovo “culturability” è un bando biennale che parte nel 2020 per concludersi nel 2022, è frutto di un lungo lavoro di progettazione non solo interna, ma anche del processo di confronto e apprendimento vissuto con tutte le iniziative incontrate durante le cinque edizioni della call.

Negli ultimi due anni abbiamo avviato un lavoro di valutazione e monitoraggio del programma culturability, con l’obiettivo di raccogliere informazioni puntuali sullo stato di esistenza e avanzamento delle iniziative sostenute; identificare gli effetti che il bando ha avuto sugli attori coinvolti dai processi attivati; identificare ipotesi di sviluppo futuro per il programma. L’indagine ha posto le basi per la revisione del bando.

Da questo lavoro è emersa forte l’urgenza di accompagnare in un percorso di consolidamento più lungo i nuovi centri culturali nati con processi bottom up, sostenendo quindi realtà che abbiano già superato la fase di primo sviluppo. I progetti che lavorano sugli spazi culturali fisici incontrano numerose difficoltà: alle complessità tipiche della prima fase, se ne aggiungono altre che connotano il periodo successivo, connesse con la sostenibilità economica, la coesione interna, un piano di investimenti necessario (ma spesso incompatibile con la fragilità patrimoniale e reddituale delle organizzazioni); la revisione continua del proprio sistema di offerta; il rinnovo e l’allungamento del periodo di concessione del bene immobile.

Quali benefici avrà questo nuovo tempo, tanto sui beneficiari quanto sui partner coinvolti?

R.F.: Il nuovo culturability è un bando “lento”, maggiormente complesso e articolato nel processo, che mette a disposizione delle organizzazioni, oltre al contributo economico, un percorso di mentoring, servizi di accompagnamento e di supporto tecnico, assieme allo sviluppo di reti lunghe e di alleanze strategiche, costruendo percorsi biennali con le proposte selezionate.

Lavoreremo, quindi, sul tema della valutazione degli impatti generati dai singoli centri culturali sostenuti e dal programma nel suo complesso, non limitandoci a misurare a posteriori quanto prodotto, ma prevedendo che i contributi vengano erogati in un arco temporale più lungo a fronte del raggiungimento di risultati condivisi con le realtà beneficiarie. Lo scopo è operare su obiettivi condivisi in una logica di apprendimento e accountability.

In questo tempo di crisi e incertezza sul futuro, su come torneremo ad abitare la città e anche gli spazi della cultura, quale ruolo assume un bando come questo?

RF: Abbiamo lavorato al progetto del nuovo bando lungo tutto il corso del 2019. Negli scorsi mesi, quando è scoppiata l’emergenza Covid, ci siamo ovviamente interrogati sull’opportunità di confermare il lancio della call programmato nel mese di aprile.

Consapevoli che eravamo e siamo in un momento di profonda crisi – non solo sanitaria, ma anche culturale, economica e sociale – ci siamo risposti di sì.

Sì, per offrire un supporto all​e numerose organizzazioni culturali in difficoltà, che continueranno nei prossimi mesi ad accusare gli effetti della chiusura e dell’annullamento degli eventi.

Perché abbiamo bisogno di pensare e progettare anche al di là delle urgenze immediate, programmando e immaginando il futuro con uno sguardo sostenibile.

Infine, perché dobbiamo garantire alla popolazione nuove occasioni di bellezza, incontro e aggregazione in sicurezza.

Perché è importante che le organizzazioni del territorio partecipino?

R.F.:In questa fase di ripartenza, i centri culturali ibridi nati da processi territoriali bottom-up possono rivestire un ruolo fondamentale. Per questo, è fondamentale consentire loro di riprendere le proprie attività perché non basta riaprire. C’è un tema di supporto economico, ma anche più generale di abilitazione, di riconoscimento del loro valore e di quale può essere oggi la loro funzione.

Gli spazi “alla culturability” rappresentano un’infrastruttura culturale di prossimità da cui poter ripartire, prendendosi cura dei cittadini, generando quella fiducia reciproca necessaria.

Nel corso di questi anni hanno già dimostrato di saperlo fare come presidi di un nuovo welfare generativo. Attraverso pratiche culturali collaborative, coinvolgono pubblici e comunità diversi, realizzando processi di attivazione e coesione sociale; sono contesti che sperimentano già forme convivenza, cittadinanza e nuovo civismo.