L’arte di sfidare lo status quo

L’arte di sfidare lo status quo

Il ruolo delle pratiche artistiche nella sfida della pluralità culturale

05 Dicembre 2019 -  Arte & Cultura, Inclusione Sociale
8' di lettura

Qualche tempo fa, avevamo annunciato la nostra intenzione di avviare una ricerca riguardo i temi della pluralità culturale e la centralità del valore delle pratiche di immaginazione per la creazione di luoghi inclusivi, in grado di far emergere nuovi significati e relazioni tra le diversità culturali. 
Questa intenzione, ha dato vita a Presente Plurale: una sperimentazione di nicchia di quattro giorni in cui abbiamo dato forma a un luogo plurale temporaneo di produzione e riflessione artistica articolato in tre Open Studio, tre percorsi di ricerca attraverso delle Lectures e tre spazi espositivi dedicati alla riflessione di giovani artiste under 26. 

In attesa di presentare i processi e gli output metodologici di questa esperienza attraverso la costruzione di una cornice ad hoc, pensiamo sia utile e necessario dar seguito alla riflessione precedente

La sfida della pluralità culturale

Presente Plurale è nato e si è sviluppato come un progetto dedicato alle pratiche artistico-culturali di comunità ma con un’ambizione molto più ampia e trasversale. Il nostro lavoro sorge, infatti, dalla profonda convinzione che l’esplorazione delle modalità (e barriere) con le quali esperienze socio-culturali altamente diversificate vengono elaborate e messe in relazione, possa effettivamente aprire nuove prospettive  per considerare il ruolo del pluralismo culturale di strumento per lo sviluppo delle comunità e catalizzatore di prosperità inclusiva. 

Sono proprio alcune delle sfumature di quest’ultima, il filo conduttore che ha guidato Presente Plurale e alcune delle attività collaterali portate avanti da Nesta Italia nel 2019, orientate all’esplorazione della dimensione plurale della crescita collettiva di una società profondamente multiculturale che, come magistralmente spiega Paolo Venturi, “va pensata, realizzata e misurata radicalmente, ha bisogno di soggetti che lavorino insieme a nuove forme di sviluppo territoriale, di welfare, di cultura, di sviluppo digitale, a nuove reti di cittadinanza”. 

La sfida: comprendere perché fare i conti con la pluralità culturale rappresenta una sforzo essenziale e irrinunciabile per riuscire a dar forma a un approccio all’innovazione e allo sviluppo efficace; magari arrivando perfino a esercitare quella che sembra sempre più una capacità arrugginita del terzo settore di creare spazi (auto)critici di narrazione alternativa e resistenza.

Le pratiche artistiche e di costruzione sperimentale di comunità e luoghi sono stati il punto di partenza che ci ha portati a domandarci il motivo per il quale perorare la causa a favore di un pluralismo creativo è un atto politico dovuto per diventare progettisti sociali migliori; cittadini in grado di sfidare uno status quo dominante evidentemente più preoccupato di rimediare a una distribuzione di risorse offensiva dei canoni minimi di giustizia sociale, che di pensare a un’innovazione che produca valore in modo equo fin dal principio.

La diversità, e in particolare la diversità culturale, è incontrovertibilmente emersa come una delle principali preoccupazioni globali dell’ultimo decennio e uno principi in grado di mobilitare i cittadini verso nuove forme di attivismo e assunzione di responsabilità.

La pluralità culturale come fenomeno globale

L’attuale hype populistico e la riprovevole riluttanza all’uso della definizione “razzismo”, hanno evidentemente rafforzato le voci di denuncia delle persistenti ineguaglianze socio-economiche e dell’ elitarismo che spesso permea la genesi delle politiche di sviluppo e innovazione. Fortunatamente, siamo testimoni di una maggiore consapevolezza dell’importanza di investire nel dialogo interculturale come dimensione essenziale di sistemi di governance democratici e rispettosi dei diritti umani basilari.

Il pluralismo culturale, come fenomeno multidirezionale e multidimensionale in costante cambiamento simultaneo all’evoluzione della società, dell’economia, del panorama politico e dell’evoluzione tecnologica, prende la forma di un network di connessioni e interdipendenze, di idee e ideologie che posizioniamo sotto l’etichetta di “diversità” e raccolgono proseliti fin dagli anni Novanta, riflettendo una moltitudine di esperienze e memorie collettive.

Presente Plurale è stato proprio questo: la sollecitazione di esperienze, memorie e forze creative non ordinarie, nel tentativo di conciliare la necessità della creazione spazi di conversazione e confronto (e la lentezza dei processi che la contraddistingue) con l’imperatività di prendere posizione per ricucire fratture individuali e collettive.

La pratica artistica come esercizio di responsabilità

Abbiamo scelto le pratiche artistiche ma potevamo scegliere la cartografia, la cucina, o qualsiasi altro linguaggio inedito, inaspettato e imprevedibile che fosse in grado di metterci alla prova e avere in un tavolo di discussione anche solo una persona con cui generalmente non ci saremmo confrontati, un’idea che non avremmo preso in considerazione, una discussione spiazzante. Una rinegoziazione della diversità culturale con  una sola regola da seguire: il contrasto assoluto alla divisione delle discipline, delle competenze e degli strumenti di racconto ed espressione.

Questo ci ha permesso di iniziare a ragionare su una piccola agenda di pensiero (e, auspicabilmente, azione): un promemoria di ciò che secondo noi è in gioco quando decidiamo di dichiarare o supportare la volontà di costruire un futuro collettivo equo. 

Ci siamo fermati a riflettere sulla plasticità identitaria delle Nuove Generazioni in un mondo che vede la crescita esponenziale dell’intensità e velocità dei contatti tra individui, e dove queste ultime iniziano a raccontare una volontà di riconoscimento in identità molteplici, la scelta di appartenenza a comunità diverse. 

Creare nuovi luoghi di apprendimento

Complessivamente, tra il 2010 ed il 2015, sono nati in Italia oltre 462 mila bambini di cittadinanza straniera, 21.313 nella sola città metropolitana di Torino (il 4,6%). Mentre l’emergenza migratoria continua a catalizzare l’attenzione pubblica sull’opportunità di aprire o chiudere i confini e porti nazionali ai rifugiati, dimentichiamo di vivere già in comunità percorse da spinte multiculturali. Nuovi cittadini cercano (e trovano?) il loro spazio, trasformando una società che si configura sempre di più come in perenne cambiamento. Scomparsi i vecchi paradigmi dell’integrazione, le Nuove Generazioni sono sempre più alla ricerca di nuovi canali per esprimere il bisogno di far convivere culture e valori differenti, sfidando stereotipi e intenti definitori.

Questi dati chiamano a un cambiamento radicale dell’educazione in grado di stimolare lo sviluppo di una coscienza critica che smantelli strutture di potere obsolete, patriarcali e fondate su una visione dichiaratamente occidentale della società. Le scuole si affiancano e imparano dalle comunità educanti nella trasmissione di conoscenze e valori plurali. 

Proprio queste ultime diventano responsabili della necessaria decentralizzazione e ibridazione dei luoghi di apprendimento e relazione tra identità plurali.

 

Michael Elmgreen & Ingar Dragset, Powerless Structure, Fig. 101, Trafalgar Square, Londra, 2012 (Photo Credit: AP / Lefteris Pitarakis)

 

Nuove Generazioni, nuove istituzioni.

L’acquisizione di nuove leadership e responsabilità da parte delle comunità mette le istituzioni tradizionali davanti a un cambio di rotta necessario. Chi veniva definito come “invisibile” occupa con forza e intenzionalità nuovi spazi, duramente guadagnati grazie a un impegno crescente delle comunità in forme di attivismo civico strutturato che vengono incorporate in processi di advocacy e cittadinanza partecipata. In questo contesto, le infrastrutture tradizionali di riferimento sembrano vacillare, trovandosi davanti a nuovi percorsi di mutazione in grado di proporre un’apertura reale al pluralismo e valorizzare la produzione artistica come coscienza sociale comunitaria oltre la sua evidente capacità di produrre ricchezza.

Proporre processi virtuosi di apertura di architetture caratterizzate da retaggi storici escludenti deve essere accompagnata dalla vitale operazione di reimmaginare e riconcettualizzare nuove cornici, nuove istituzioni attraverso processi collettivi in cui la diversità non viene aggiunta ma vi partecipa dal principio, attraverso processi e canali paritari.

Il ruolo dei musei

Negli ultimi anni, l’eccellente lavoro di autocritica di molti musei ci insegna che attuare questo sforzo di immaginazione e creazione non è impossibile. 

Non molto tempo fa, l’International Council of Museums (Icom), con i suoi 40,000 membri in rappresentanza di più di 20,000 musei, è stato la casa di un acceso dibattito per proporre una nuova definizione (e quindi una nuova identità) dei musei.

Lo scorso 22 Luglio, è stata proposta una nuova formula che ha visto i musei trasformarsi da “istituzioni no profit di ricerca, acquisizione, conservazione e comunicazione del patrimonio tangibile e intangibile dell’umanità” in “spazi democratici, inclusivi e polifonici per il dialogo critico tra passato e futuro che devono lavorare in modo partecipativo e trasparente, in collaborazione attiva con comunità diverse e con lo scopo di contribuire alla dignità umana, alla giustizia sociale e al benessere globale”. La proposta di cambiamento, additata come ideologica e pervenuta “solo” da 24 nazioni, ha generato una sana e accesissima disputa. 

Nessuno ha mai detto che il vero cambiamento debba avvenire in silenzio.

Nuovi linguaggi per nuove narrazioni

Abbiamo provato a ragionare anche in termini di nuovi linguaggi e strumenti di narrazione del pluralismo: compito non facile in generale, arduo se declinato in ambito artistico e culturale; pericolosamente scivoloso considerata l’enorme attenzione dedicata alla costruzione dell’ audience engagement

Proprio la rinnovata considerazione verso quest’ultimo ci conferma che, in fondo, l’arte e la cultura (e quindi chi la produce e la dissemina) hanno un ruolo incontrovertibile nell’ accrescere il senso critico e la capacità civica delle persone, in particolare riguardo temi sociali particolarmente caldi quali quello dell’identità culturale.

E’ evidente che la mera enunciazione della diversità, anche se ben condita da luci e performance, malgrado ripetuta, cantata o urlata, crea una dinamica sterile di accettazione passiva di messaggi che disseminano la rappresentazione di visioni univoche di specifici gruppi sociali. Avvalla il mantenimento del paradigma della subcultura in opposizione all’estetica egemonica della narrazione dominante, nata senza alcun processo di riflessione e genesi collettiva. Offrire spazi di visibilità è positivo ma non sufficiente: dobbiamo tendere alla democratizzazione degli strumenti di produzione culturale e un lavoro politico di comunità (ne avevamo parlato ampiamente, a Comunità Planetarie) per produrre un vero cambiamento sistemico.

La marginalizzazione del pensiero laterale è ormai diventata inaccettabile.

Cosa vuol dire diversità?

Soprattutto, dobbiamo riconoscere quando la prospettiva differente viene accettata attraverso la relegazione a un corollario ancillare alla visione egemonica e tenuta in vita grazie a gentili concessioni proprie della filantropia vecchia scuola, che nascondono la precisa volontà di controllare (ed eventualmente arginare) eventuali proliferazioni del pensiero creativo alternativo. Quindi plurali si, ma un grant alla volta. 

Ghassan Hage, professore di antropologia e teoria sociale all’università di Melbourne, ha sostenuto che quello di diversity è un concetto per bianchi utilizzato per mettere in scena una rappresentazione estetica e retorica dell’importanza delle diversità anziché impegnarsi in un processo significativo e di lungo periodo, in grado di allocare risorse per cambiare le attuali dinamiche di potere causa del problema.

Non occorre cercare soluzioni. Serve una nuova presa di coscienza

Siamo estremamente affezionati alla nostra abitudine di concedere alla diversità il permesso di esistere, assegnando a essa un tempo e uno spazio perché possa essere espressa, possibilmente in modo circoscritto e rispettoso di una rassicurante visione includente. 

La soluzione non è semplice, ma potrebbe essere un buon punto di partenza prendere coscienza che dare empowerment  (quanto ci piace dirlo, proprio così, in Inglese?) alle comunità diverse da quella a cui apparteniamo, potrebbe non essere l’azione migliore su cui concentrarsi.

Nessuno ci ha eletti responsabili di dare voce alle diversità: quella la hanno già, fortissima, da molto tempo.