Le Città come laboratorio di comunità intelligenti

La rinnovata risonanza del concetto di comunità intelligenti deriva dalla ricerca di nuovi significati in risposta alla crisi politica internazionale, dall’evidente difficoltà dei top-down government nell’assicurare eguaglianza e libertà tra gli individui, in uno scenario che vede la crescita impetuosa del capitale tecnologico da un lato e la criticità nello stabilire politiche e regole capaci di redistribuire benefici dall’altro.

Questa crisi è ben sintetizzata da quella che Habermas aveva definito (più di trent’anni fa) come l’errata “convinzione che i bisogni della comunità possano essere categorizzati e recepiti a distanza”, ossia senza decentralizzare le responsabilità pubbliche verso una concreta partecipazione degli abitanti per migliorare le proprie condizioni di vita, a partire dalle città, dai quartieri e dai territori in cui essi vivono.

Un dibattito particolarmente importante se consideriamo l’enorme crescita delle tecnologie decentralizzate avvenuta (es. blockchain) negli ultimi anni e delle relative problematiche di queste innovazioni con le istituzioni e le architetture democratiche. Ad inquadrare il radicale potenziale di questi strumenti sono impressionanti le suggestioni di “teorici della tecnologia” come Melanie Swan, quando prevedono che un “sistema di governance fondata sulla blockchain potrebbe offrire i servizi tradizionalmente forniti dal governo sulla base del tutto volontaria, con cittadini utenti che vi accedono o meno a proprio piacimento”.

Il concetto di comunità intelligenti assume in questa logica un ruolo di grande importanza, perché supera la dicotomia politica tra centri e periferie, spostando l’attenzione sulla capacità che gli individui hanno di sperimentare “dal basso” le proprie capacità di auto-organizzarsi. Come nuova formula di abilitazione di protagonismo sociale nella gestione di beni collettivi e nello sviluppo di servizi innovativi.  

Parlare di comunità intelligenti implica anche e soprattutto una riflessione su cosa vuol dire intelligenza collettiva, per dirlo con le parole di Geoff Mulgan “un’intelligenza che sia il frutto della collaborazione tra le capacità umane e la potenzialità delle macchine”. Nel suo ultimo saggio Mulgan sostiene che per pensare nel modo migliore, ai gruppi non basta disporre di tante persone intelligenti e macchine smart. Il pensiero su vasta scala dipende piuttosto da infrastrutture o sistemi di supporto sottostanti, tanto fisici quanto virtuali.  

In un contesto storico fortemente dominato dalla sfiducia verso i corpi che tradizionalmente hanno indirizzato le trasformazioni urbane, è utile riflettere su quale sia il ruolo delle istituzioni nel costruire un’intelligenza collettiva capace di condividere risorse e responsabilità a lungo termine. Perché costruirla richiede lavoro, tempo ed energia che potrebbero essere riservati ad altri fini.  Perché misurarla implica assicurarne i tempi, gli strumenti e i contesti capaci di includere reti di organizzazioni, individui e comunità formali e informali.

La gestione delle reti è quindi un compito fondamentale che le istituzioni devono assolvere, agevolando uno scambio proficuo tra apparati gerarchici più o meno strutturati che si concentrano principalmente nei contesti urbani. Senza una collaborazione tra questi sistemi e senza un contributo di attori plurali ai flussi di informazioni su cui la rete basa il proprio funzionamento, le tecnologie non assolveranno al loro dovere di produrre beni e servizi e di conseguenza benessere per le società.

Tra le soluzioni sperimentate nei recenti trend di policymaking a scala urbana, la progettazione di laboratori di sperimentazione risulta sicuramente quella più focalizzata alla connessione di reti materiali e immateriali improntate allo sviluppo di comunità intelligenti. Una progettazione che passa da misure che si svincolano da interventi “top down” indirizzati esclusivamente alla crescita di una domanda di servizi innovativi. Concentrandosi invece sulla ricerca di nuovi canali di sostegno e innesco di processi di innovazione, smartness e potenziamento del capitale umano. Attraverso la creazione di luoghi in grado di costruire competenze, aggregando responsabilmente una moltitudine di interlocutori e informazioni, promuovendo percorsi altamente sperimentali con tutti i nodi delle reti urbane. Osservando fuori e dentro il contesto nazionale possiamo riconoscere tre tipi di approcci interdipendenti:

Un primo gruppo, fortemente orientato all’imprenditorialità, alla ricerca di competenze e alla sperimentazione di nuovi modelli di produzione di valore che fanno leva sugli “ecosistemi urbani”. Con un ampio coinvolgimento delle nuove generazioni, sia all’interno delle organizzazioni esistenti che come promotori di nuovi progetti imprenditoriali

Ne è un pregevole esempio l’Urban Innovation Centre (UIC) di Future Cities Catapult, l’agenzia per l’innovazione della Greater London Authority. Progettato per essere un centro di collaborazione per aziende, accademici, leader di città e imprenditori, l’UIC è un laboratorio di sperimentazione utile a  collegare, sviluppare e creare soluzioni smart city. Tra le diverse iniziative ospitate dal centro, City Standards Network sta contribuendo a costruire un approccio collaborativo più unitario per creare, perfezionare e implementare standard globali per aiutare le città a diventare più smart e friendly per i cittadini. Nel laboratorio sono riunite le organizzazioni per lo sviluppo degli standard, le reti cittadine, l’industria e gli esperti di standard nel governo per creare una migliore comprensione delle sfide che questi gruppi devono affrontare.  A partire da Londra, l’obiettivo del progetto è lavorare con il Regno Unito ed estendere poi a livello internazionale gli standard, per consentire alle città e all’industria del Regno Unito di beneficiare delle migliori pratiche globali e dei mercati internazionali in connessione con la città.

Tra i programmi Italiani di maggior rilevanza sul tema, quello Torino Social Impact offre interessanti spunti di riflessione sia sulla visione, che sul processo e le linee d’azione.  Il programma intende sostenere la nascita di imprese in grado di rispondere a bisogni sociali emergenti in campi diversi (dall’educazione al lavoro, dalla mobilità alla qualità della vita, dalla salute all’inclusione sociale), trasformando le idee innovative in servizi, prodotti, soluzioni in grado di creare al tempo stesso valore economico e sociale per il territorio e la comunità. Le linee d’azione del programma comprendono: la strutturazione di una piattaforma di comunicazione dei progetti e delle numerose realtà coinvolte favorendo partenariati pubblico-privati volti a l’intensificazione delle reti di relazioni nell’ecosistema urbano; la creazione di un sistema di “living labs ad impatto sociale”, individuando aree della città in cui creare condizioni favorevoli (amministrative e regolative) per attirare investimenti infrastrutturali nella sperimentazione di soluzioni tecnologiche ad alto impatto sociale; la realizzazione di un osservatorio permanente sull’evoluzione dell’ecosistema, utile a fornire informazioni utili agli investitori, connettendo l’intera rete di attori con le più importanti iniziative orientate all’imprenditorialità ad impatto sociale su scala nazionale e internazionale; promuovere la disponibilità, la raccolta e la standardizzazione di dati e tracce digitali, promuovendo la formazione di capacità di analisi connesse alle architetture dati distribuite quali le blockchain.

Un secondo gruppo, volto a produrre e condividere big data territoriali per metterli a disposizione di processi di innovazione. Cogliere opportunità connesse al rafforzamento delle applicazioni delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in campo urbano, per gestire in maniera efficiente le reti e i flussi materiali ed immateriali diffusi nei sistemi urbani: migliorando la distribuzione di capacità infrastrutturali, risorse naturali, comportamenti sostenibili utili alla salvaguardia della qualità della vita dei cittadini.

Un rilevante esempio di questi laboratori è sicuramente fornito dal Copenaghen solution lab nato con l’obiettivo da un lato di misurare i dati e le performance funzionali della città e dall’altro promuovere un uso volto al miglioramento dei servizi e delle condizioni ambientali dell’area urbana. Con City Data Exchange il solution lab ha stabilito un framework collaborativo pubblico privato per esaminare le possibilità di scambio di dati nel perseguire la missione del solution lab. Con questo progetto sono stati creati strumenti di valutazione per esaminare l’acquisto, la vendita e la condivisione di un’ampia gamma di tipologie di dati tra tutti i tipi di utenti in una città: cittadini, istituzioni pubbliche e società private. Il progetto è una collaborazione tra il Comune di Copenaghen, la Regione della capitale, CLEAN (un gruppo danese di tecnologie pulite) e Hitachi.  La visione di questa collaborazione è quella di creare un hub dati condiviso per promuovere l’innovazione e ispirare nuove idee che miglioreranno la qualità della vita nell’area di Copenaghen, stimolare l’attività imprenditoriale e contribuire a raggiungere l’obiettivo di Copenaghen di essere carbon neutral entro il 2025. Il progetto mirerà a stabilire un mercato di dati a livello cittadino, City Data Exchange, per i dati di proprietà di autorità pubbliche e società private. In questo modo, il progetto mira a consentire alle grandi, medie e piccole imprese, alle start-up, alle università e al settore pubblico di collaborare consolidando fonti di informazione più diversificate. Fino ad ora il progetto ha condotto diversi esperimenti nell’assetto organizzativo e tecnico di un mercato cittadino per l’acquisto e la vendita di dati, tra tutti i tipi di utenti sul mercato. La parte tecnica di questo può essere visitata sul gruppo linkedin accessibile tramite citydataexchange.com, una piattaforma sviluppata in collaborazione con la corporate Hitachi. Durante il prossimo inverno, il progetto passerà alla fase di condivisione della esperienza. Questa fase si tradurrà in una serie di documenti sullo scambio e sulla collaborazione di dati privati ​​/ pubblici.

Un terzo gruppo, indirizzato alla creazione di nuovi strumenti di partecipazione e cambiamento nei processi di ingaggio della cittadinanza. In particolare in settori come la gestione e la fruibilità spazi e beni pubblici,  nell’indirizzo dei servizi locali, nella misurazione e razionalizzazione della fiscalità municipale, nella creazione di partnership tra attori della società civile nell’innovazione all’offerta dei servizi collettivi, grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie e al marketplace digitale.  

Tra le diverse pratiche sperimentali di questo gruppo, la Zaragoza Citizen Card rappresenta sicuramente un esempio di successo in termini di adesioni ricevute. La smart card offre ai cittadini l’opportunità di accedere e pagare per 20 servizi pubblici locali (trasporti, parcheggi, biblioteche pubbliche, piscine, ecc.). Ad oggi, oltre 230.000 cittadini (più della metà della popolazione adulta della città ) hanno richiesto la carta, il che contribuisce a rafforzare il senso di comunità. Con i servizi di elaborazione dei pagamenti inclusi, i titolari della Carta Cittadino possono persino scegliere tra i piani prepagati e quelli postpagati. Il sistema genera big data che possono essere inseriti nell’ecosistema dell’innovazione della città. La carta può essere ricaricata in più di 1.000 punti distribuiti tra chioschi, negozi, macchine distribuite in città, bus, tram e parcometri.

Sul fronte dello spazio pubblico, ad Amsterdam il progetto Co-Creating Responsive Urban Spaces un progetto che riunisce designer urbani, sviluppatori di concept interattivi e stakeholder locali sullo sviluppo di un possibile spazio urbano resiliente. Nel dettaglio il progetto intende  creare uno spazio pubblico adattabile agli utenti in tempo reale, migliorando sostanzialmente la qualità residenziale del luogo e la percezione della sicurezza degli utenti di piazze e giardini della città. Per realizzare il progetto è in corso una ricerca condotta attraverso tre fasi. Nella prima fase l’uso e la percezione delle piazze sono mappati sia quantitativamente che qualitativamente. Nella seconda fase sono determinate le migliori posizioni e gli oggetti interattivi saranno sviluppati e assemblati, in collaborazione con le organizzazioni coinvolte. E nella terza fase, questi prototipi sono effettivamente testati sullo spazio. L’effetto sarà esaminato mediante una comparazione tra la pre e la post-misurazione dei comportamenti degli individui nello spazio.

Tra le varie iniziative nel nostro Paese, anche quelle sostenute dalla Fondazione per l’Innovazione Urbana di Bologna rappresenta un esempio molto interessante e rilevante per la discussione sulle comunità intelligenti. Gli obiettivi e l’azione della Fondazione si sviluppano lungo quattro principali assi tematici, che segnano le diverse ma fra loro intrecciate direzioni verso cui la città intende proiettarsi da qui ai prossimi anni: Città accoglienteNuovo welfare urbanoDemocrazia urbana e digitaleCittà sostenibile. In questa cornice, la Fondazione mira ad affermare e consolidare sempre di più un proprio ruolo come “cervello collettivo” e snodo cittadino delle trasformazioni urbane, catalizzatore di idee e attività per creare interazione tra cittadini, istituzioni pubbliche, associazioni e movimenti, espressioni del mondo economico, sociale e culturale della città di Bologna. Per concretizzare questo ampio ventaglio di obiettivi, sono stati individuati tre principali ambiti all’interno dei quali è possibile articolare le molteplici attività della Fondazione: Urban Center, per l’attività di informazione e promozione del territorio e della cultura urbana, Immaginazione Civica, per l’attivazione di percorsi di partecipazione e coproduzione, Cartografare il presente, per l’analisi e documentazione delle trasformazioni urbane.

Da cosa sono accomunate queste esperienze? Come hanno tentato di realizzare comunità intelligenti e laboratori di sperimentazione sostenuti da politiche urbane inclusive e innovative?

In primo luogo affermando la volontà di realizzare un modello aperto di laboratorio urbano che parte dal locale, identificando e mappando opportunità e rischi legate ai contesti e alle risorse messe in campo per gestirle. Da qui lo sforzo di costruire linguaggi e strumenti condivisi utili alla messa in relazione di individui e soggetti che vivono i sistemi urbani, valorizzando le connessioni e condividendo la conoscenza prodotta tramite la ricerca di soluzioni replicabili.

In secondo luogo la necessità di sperimentare politiche e pratiche, restituendo valore all’esordio come espediente di apprendimento utile ad identificare limiti e opportunità degli approcci proposti. La necessità di sperimentazione è propedeutica ad una seconda fase di policy design frutto di un re-driving collaborativo tra policymaker, practitioner e community, con l’obiettivo di scalare il target delle policy così come gli impatti diretti e indiretti. L’obiettivo finale è dunque la promozione di un cambiamento sistemico che è la sintesi di un processo di ricerca-azione,  di confronti aperti (open innovation) e di investimenti nella sperimentazione. Un’innovazione che oltre a ricombinare input e output nei processi di “produzione dell’urbano” ne intensifica le relazioni, ridefinendo perimetri, responsabilità e competenze.