Navigare i cambiamenti. Un percorso per immaginare Future Communities

Navigare i cambiamenti. Un percorso per immaginare Future Communities

09 Ottobre 2018 -  Inclusione Sociale
8' di lettura

Nesta Italia ha ufficialmente aperto le sue porte a Gennaio di quest’anno: negli ultimi otto mesi abbiamo osservato attentamente un paese in pieno cambiamento, forti dell’esperienza ventennale maturata nel Regno Unito e impazienti di costruire la nostra identità, unica e differente.

Una parte essenziale di questa identità, che fin dall’inizio ci ha distinti dalla nostra madre inglese, è stata la scelta di inserire l’area Migrazioni nel nostro piano operativo: una sfida da cui ritenevamo di non poterci esimere. Seguendo il principio che ci contraddistingue da sempre, che è quello di non lavorare mai da soli,  abbiamo iniziato a esplorare l’ecosistema alla ricerca di partner con cui lavorare per l’individuazione di sfide sociali nell’ambito dei flussi migratori.

Mentre si avvicinava una delle stagioni più calde per la questione migratoria europea, noi abbiamo viaggiato per tutta l’Italia, parlato con chi lavora da tempo per cercare soluzioni alle sfide poste dalle migrazioni, partecipato a eventi, fatto ricerca e, soprattutto, ci siamo fatti tante domande.

Abbiamo scelto di investire i nostri primi mesi per conoscere l’esistente, ciò che funzionava e ciò che aveva fallito. Ci siamo (temporaneamente) fermati mentre l’estate portava l’Italia al centro di un infuocato dibattito politico con l’Europa, per iniziare a mettere ordine tra l’enorme quantità di informazioni raccolte, farci strada tra ipotesi che man mano si rivelavano infondate e non convincenti, tra progetti che non apparivano più così validi e innovativi.

E’ stato un processo lungo e costellato di scoperte che ci ha portato a metterci in discussione infinite volte e affrontare uno dei primi cambiamenti della nostra struttura. In tanti ci hanno chiesto perché non abbiamo ancora lanciato nessun progetto o collaborazione in area Migrazioni.

Qui, vi raccontiamo cosa abbiamo fatto negli ultimi mesi, cosa abbiamo imparato, cosa stiamo ancora cercando di capire,  il percorso che abbiamo tracciato per i prossimi mesi e come pensare a quest’area di lavoro, ci abbia portato a una piena consapevolezza di cosa possiamo offrire e chi vogliamo diventare.

E, per chi ancora se lo chiede: si, alla fine della storia, questa volta, ci sarà un annuncio.

LA PARTENZA

Nesta Italia è nata dalla forte volontà, maturata immediatamente dopo la Brexit, di affrontare le grandi sfide sociali della nostra era in modo collaborativo e olistico, supportando processi di innovazione partecipativi caratterizzati dallo scambio di informazioni, pratiche e metodi.

Abbiamo scelto quattro aree operative nell’ambito delle quali riteniamo di enorme interesse sperimentare nuove pratiche che possano contribuire a una società più equa e sostenibile che sia in grado di trarre il massimo beneficio dalle tecnologie emergenti. Dalle sfide poste dalla salute e dal sistema sanitario, a quelle dell’educazione e della cultura, quelle fatte emergere dai flussi migratori spiccavano per l’urgenza sociale maturata in anni di difficoltà dei governi a mettere in campo risposte efficienti: sulla carta, il paradiso dell’innovatore.

Abbiamo iniziato a procedere con difficoltà tra le infinite ramificazioni di una questione immensamente complessa, alla ricerca di un accesso: con il moltiplicarsi delle problematiche, dei bisogni, degli attori specializzati in campo e delle iniziative in corso, la visione sulla nostra azione si spostava sempre più dalle iniziali supposizioni.

Ispirati e incoraggiati dalle linee guida della Commissione Europea, di alcune agenzie come l’UNHCR e da alcuni pionieristici esperimenti in corso a livello globale, le svariate mancanze di un sistema di accoglienza inefficiente e poco aperto all’innovazione costituivano indubbiamente delle sfide stimolanti.

Nei nostri piani figurava forte la volontà di costruire un laboratorio di sperimentazione  per sviluppare, testare e scalare soluzioni di successo che potessero contribuire a innovare l’approccio alle problematiche poste dai flussi migratori: l’implementazione dell’identità digitale per i nuovi cittadini come strumento di integrazione, il potenziale delle tecnologie blockchain per costruire un sistema di fornitura di servizi agile e trasparente ci ispiravano nella progettazione di pilot.

Non avevamo ancora fatto i conti con la realtà.

IN NAVIGAZIONE

Torino, Milano, Bologna, Napoli, Palermo. L’Italia.

Man mano che il nostro viaggio d’esplorazione per la Penisola andava avanti, che le conversazioni con chi già da tempo lavorava sul campo diventavano sempre più articolate, la nostra idea di laboratorio entrava in crisi.

Mentre noi elaboravamo il nostro ambizioso progetto laboratoriale per sperimentare tecnologie emergenti e scalare pratiche di successo nell’ambito dell’integrazione dei migranti, l’ecosistema di innovazione “dal basso” aveva già messo in campo un ricchissimo panorama di progetti, iniziative e collaborazioni.

Organizzazioni della società civile di varia natura, presenti in modo capillare sul territorio, avevano trovato il modo di supplire alla difficoltà del settore pubblico di pensare nuovi metodi e approcci, creando un grande numero di progetti e iniziative tanto piccole quanto di successo. Poche di esse venivano etichettate con il nome di esperimenti, nessuna di esse era stata messa in campo da un vero a proprio Laboratorio di Innovazione (e, in fondo, forse è arrivato il momento di uscire dalla confortevole immagine che i Labs hanno costruito per se stessi): gli ingranaggi locali lavoravano per creare innovazione locale su misura, sviluppando soluzioni immediatamente spendibili e narrative d’impatto capaci di costruire convergenze tra attori e competenze diverse.

La prossimità alla sfida aveva dato l’input decisivo a una mobilitazione del capitale sociale per la creazione di fucine di innovazione profondamente a contatto con la realtà, spesso in grado di forgiare alleanze inattese, che adottavano un approccio olistico a problematiche complesse.

Questi microcosmi, spesso caotici a occhi esterni e, sicuramente, lontani dal paradigma del laboratorio tanto caro all’innovazione sociale, con poche o nulle risorse da dedicare alla ricerca dell’evidenza scientifica del proprio impatto e alla sua ottimizzazione (pratiche di per sé da porre in discussione e poi, che tipo di evidenza scientifica può essere considerata portatrice del tanto agognato social change?) avevano fatto crollare molte delle nostre certezze.

Da mesi, ci impegnavamo per strutturare un processo che ci permettesse di aggredire una delle sfide sociali più articolate dei nostri tempi: i flussi migratori. Il nostro zelo non ci aveva permesso di comprendere a pieno la complessità di quest’area e le sue interconnessioni con ulteriori problematiche sociali.

Mancava proprio ciò che pensavamo costituisse uno dei nostri punti di forza: una visione.

TROVARE LA ROTTA

Il percorso fatto nei mesi passati non solo ci ha portati a costruire la nostra visione a partire dalle esperienze fatte in prima persona, ma anche a fare inventario delle nostre effettive capacità, iniziando a conoscere i luoghi in cui operiamo e chi, da tempo, li popola con idee e azioni.

Ecco le nostre coordinate.

La nostra visione si radica nelle città.

A fronte del raddoppiamento della popolazione urbana mondiale previsto per il 2050, l’Unione Europea, rappresenta una delle aree più urbanizzate al mondo con il 70% (80% entro il 2050) dei cittadini che, attualmente, vivono in città.

Questo trend in costante ascesa ha fatto sviluppare un vero e proprio urban momentum in cui le città hanno preso coscienza del loro doppio potenziale di luoghi dove esplodono le grandi sfide della nostra era e dove queste ultime possono trovare le risposte più innovative.

In un momento storico in cui le città hanno acquisito il diritto di sedere ai tavoli di discussione globali segnando la storia con avvenimenti come la Conferenza delle Nazioni Unite di Quito del 2016, il potenziale delle città di prosperare come multiformi catalizzatori e fabbricanti di innovazione è ormai indiscusso seppur ancora da esplorare in pieno.

Crediamo fortemente nel valore di una riformulazione del ruolo e delle caratteristiche delle sperimentazioni come opportunità di dar forma a movimenti di cambiamento sociale attraverso azioni pratiche locali guidate da un’agenda e obiettivi comuni. Questo richiede uno sforzo di intermediari e field catalysts nel facilitare e supportare lo sviluppo di un ecosistema di scambio e apprendimento tra città che possano ispirarsi e imparare vicendevolmente al fine di costruire collaborazioni efficaci. Ora più che mai, è necessario mettere da parte la frenesia della scalabilità come obiettivo supremo per concentrarsi su iniziative locali promettenti che, opportunamente coordinate,  possano attivare un processo di cambiamento profondo, per lo sviluppo di politiche a supporto dell’innovazione.

Pensiamo che queste sperimentazioni possano convergere in una nuova forma di Laboratorio diffuso e decentrato, che possa supportare l’interazione tra le sperimentazioni in atto, informando del potenziale innovativo i policy maker, non solo attraverso un passaggio di dati e informazioni, ma creando narrative e opportunità che possano offrire un’esperienza pratica delle stesse.

Il Lab così concepito, potrà contribuire a portare in vita, collaborativamente attraverso le sperimentazioni, veri e propri scenari di futuri desiderabili per esplorarne potenzialità, problematiche e punti di forza.

IL VIAGGIO

Posti questi pochi, semplici pilastri, abbiamo capito che l’area operativa che continuavamo a chiamare “Flussi Migratori” era solo una scatola dai confini estremamente limitati.

Le migrazioni sono un’espressione delle interazioni sociali e culturali che da sempre attraversano e trasformano la nostra società. Inclusione, identità, dialogo interculturale, distribuzione delle risorse, eguaglianza nell’accesso ai servizi, evoluzione del concetto di cittadinanza: un articolato reticolo che disegna l’essenza stessa di ciò che da sempre chiamiamo comunità.

La sfida posta dai flussi migratori è la medesima posta dall’inquinamento, dalla povertà, dalla carenza di risorse, dall’invecchiamento della popolazione: saremo in grado di impegnarci in un processo di costante ricerca e applicazione di soluzioni radicali e condivise che possano contribuire alla costruzione di un futuro comune?

Non è mai semplice raccontare i primi mesi di vita di un progetto come il nostro, riconoscere quando si è perso l’orientamento e si è ritrovata la rotta.

In questo caso, ne abbiamo costruita una nuova: Future Communities.