Ricognizioni Culturali • Associazione Arteco

Associazione Arteco nasce a Torino dall’idea di un gruppo di professionisti del settore artistico e culturale. L’obiettivo è contrastare la precarietà delle offerte lavorative, offrendo un servizio che intercetta i bisogni delle istituzioni e del pubblico. Ci racconta di più Beatrice Zanelli.

Qual è stato il fattore determinante che ha scaturito la nascita di Arteco? 

ARTECO nasce nel 2010. I soci fondatori erano allora impegnati nella schedatura del gabinetto delle stampe e dei disegni dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Lo scadere dei contratti e l’impossibilità di reiterarli, le poche opportunità professionali in ambito culturale e le infinite gavette di lavoro non correttamente retribuito, ci hanno spinto a unire le forze per costituire uno strumento che potesse permetterci da una parte di continuare a mettere a frutto le nostre conoscenze, competenze ed esperienza professionale e, dall’altra, di ripensare in maniera innovativa il nostro mestiere.

Parallelamente, operare in Accademia Albertina ci ha consentito di conoscere numerosi giovani artisti, comprendendo le potenzialità dei linguaggi e delle pratiche contemporanee. Infine, a Torino in quegli anni erano presenti sul territorio alcune realtà non profit, attive nell’ambito del contemporaneo che non solo sono servite da stimolo, ma ci hanno anche permesso un confronto costante.

Qual è la mission della vostra organizzazione? Intendete raggiungere una trasformazione sia sociale che culturale con i programmi che offrite? 

Sin dalla sua fondazione ARTECO ha identificato la sua mission nel campo della valorizzazione del patrimonio storico-artistico, nella consapevolezza che tale patrimonio costituisce un insieme organico di opere strettamente legato al territorio che lo ha prodotto e rappresenta un elemento portante della società civile, sostenendo altresì le nuove generazioni di artisti, identificandoli come sostanza necessaria al rinnovamento della società.

Consapevole dell’interdipendenza tra questi due ambiti, ARTECO riconosce nel valore formativo il fil rouge del proprio operato, ponendo l’accento 
sul valore sociale del bene culturale che è “costantemente in evoluzione” e che “comprende tutti gli aspetti dell’ambiente derivanti dall’interazione nel tempo fra le persone e i luoghi” (Convenzione di Faro).

In un’ottica processuale e relazionale che sposta dunque l’attenzione dall’oggetto alla persona, ARTECO opera con strumenti diversi (la curatela di residenze d’artista, di incontri a carattere divulgativo; la mediazione del patrimonio culturale sul territorio, nelle scuole e nei musei; l’ideazione e l’implementazione di attività educative rivolte ai vari “pubblici”) dando la priorità a progetti che si costituiscono come facilitatori di accessibilità e protagonismo culturale, capaci di attivare quelle dinamiche di partecipazione che sono alla base di espressioni di cittadinanza attiva e di processi di inclusione necessari al rinnovamento della società. 

Quali elementi innovativi utilizza Associazione Arteco per coinvolgere e ampliare maggiormente il proprio pubblico? 

Le nostre strategie di coinvolgimento si basano su un’offerta culturale accessibile a tutti, di livello qualitativo alto, calibrata in base alle esigenze dei pubblici specifici, e sulla conduzione di un dialogo costante con i nostri interlocutori, invitati a contribuire attivamente in modo diverso a seconda dei singoli progetti. Il pubblico, coinvolto sempre più spesso in iniziative culturali di grandi dimensioni, attraverso la nostra offerta vive, invece, esperienze di accompagnamento alla comprensione e al riconoscimento del valore dei beni culturali e paesaggistici che ci circondano di carattere ben più personale.

Parallelamente, impieghiamo nei diversi progetti le tecnologie che possono aiutare a rendere tale partecipazione più viva, proponendo, a titolo di esempio, la realizzazione di podcast o contenuti per app a conclusione di percorsi educativi specifici. I nostri strumenti di valutazione della partecipazione non si basano soltanto su dati quantitativi, ma cercano di identificare le ricadute positive attraverso il capability approach, puntando ad offrire una visione del benessere della società che riesca a prendere in conto anche le condizioni dei singoli cittadini.

Potresti raccontarci come avete organizzato il modello di business di Arteco per far fronte alle attività che hai appena descritto e agli obiettivi prefissati? 

Strutturata su un modello di business non profit, ARTECO si sostiene principalmente tramite contributi ed erogazioni liberali derivanti dalla vincita di bandi o dalla partecipazione a progetti supportati da fondazioni bancarie, enti pubblici o altri enti finanziatori, che permettono la realizzazione di progetti promossi dagli associati con la collaborazione di professionisti del settore (interni ed esterni all’associazione), che vengono remunerati a seconda del contributo prestato, nonché impiegando i mezzi di volta in volta necessari.

Inoltre, l’associazione eroga, per minima parte, servizi educativi for profit a realtà museali, fieristiche e private sul territorio avvalendosi dell’attività di una serie di giovani figure professionali quali storici dell’arte, artisti, educatori, architetti, fotografi, grafici. Eventuali marginalità vengono reimpiegate nella realizzazione dei progetti e nella formazione degli associati.

Che tipo di ostacoli riscontrate solitamente durante lo svolgimento del vostro lavoro? 

Gli ostacoli maggiori sono dati dalla precarietà del nostro settore, ma crediamo che non perdere di vista la propria mission aiuti nello sviluppo di progetti diversi, apparentemente distanti ed eterogenei, ma basati su pratiche collaudate e continuative nell’ambito della ricerca, della curatela e dell’educazione. Un altro importante ostacolo è l’impossibilità di una continuità retributiva per chi si occupa di progettazione e ricerca, perché i contributi arrivano suddivisi in percentuali, con il nostro metodo di gestione della liquidità sono gli ultimi ad essere coperti.

Che valore ha per il vostro modello organizzativo l’attività di ricerca?

Da alcuni anni abbiamo stabilito che ogni progetto o servizio deve prevedere una voce di spesa dedicata a ricerca e/o progettazione al fine di permetterci di mantenere un alto livello qualitativo dell’offerta. Spesso, confrontandoci con alcuni bandi o committenti, pubblici o privati, riscontriamo difficoltà nel far comprendere l’importanza di questo aspetto per noi fondamentale.

Quali cambiamenti sistemici sarebbero rilevanti per organizzazioni che operano nel settore artistico e culturale?

Sicuramente un supporto maggiore da parte degli enti bancari e la possibilità, a fronte della vincita di un bando pubblico o privato che sia, di ottenere la liquidità senza perdere una fetta importante del guadagno. Immaginiamo che associazioni come la nostra possano essere valutate anche in base alle rendicontazione effettuate negli anni precedenti, al fine di accrescere il loro riconoscimento.

Avete consigli per chi si sta imbattendo nella costituzione di un’impresa del vostro genere?

Il consiglio che ci sentiremmo di dare è tener sempre presente la valutazione in termini economici e sociali del proprio lavoro, al fine di quotare correttamente progettazione e servizi. Ipotizzare, inoltre, sin da subito dei corsi di aggiornamento per il fundraising e il management, volti a una migliore gestione economica.

Arteco ha recentemente raggiunto dieci anni di attività. Se dovessi immaginarla tra altri dieci anni, cosa cambierebbe?

Abbiamo appena compiuto 10 anni e ci sembra già un grande traguardo. Se dovessimo immaginarci tra altri dieci ci vediamo maggiormente strutturati, con entrate ordinarie, sia in termini di erogazioni e contributi, sia in servizi. Sperando inoltre che la Riforma del Terzo Settore possa comprendere l’utilità del mantenimento della legge 398 per realtà come la nostra attive per la valorizzazione del patrimonio o per chi si occupa di welfare culturale.