Ricognizioni Culturali • Associazione teatrale MaMiMò

Ultimo appuntamento con la prima serie di Ricognizioni Culturali. Pubblichiamo oggi l’intervista che conclude il ciclo dedicato a mappare e scoprire modelli di funzionamento, ostacoli e opportunità delle organizzazioni del settore artistico-culturale in tutta Italia. In attesa del report di ricerca prodotto in collaborazione con Fondazione Santagata, trovate tutti gli articoli sul nostro blog.

Ricognizioni Culturali è la serie dedicata a mappare modelli di funzionamento, ostacoli e opportunità delle organizzazioni del settore artistico-culturale in tutta Italia.

In attesa del report di ricerca prodotto in collaborazione con Fondazione Santagata, trovate tutti gli articoli sul nostro blog.

 

Cosa vi ha portato alla decisione di creare l’organizzazione teatrale MaMiMò?

Angela Ruozzi: Io e gli altri soci fondatori avevamo il desiderio di vedere a Reggio Emilia un teatro che si occupasse di ricerca teatrale nell’ambito della prosa, perché sul nostro territorio erano presenti poche compagnie di questo tipo. Nel costituire l’associazione MaMiMò abbiamo deciso di posizionarci in quella fetta di mercato.

Quando l’organizzazione è nata avevamo un doppio obiettivo: creare una struttura solida che ci consentisse di vivere del nostro mestiere, senza essere schiavi della tournée o della prestazione per terzi, e allo stesso tempo sviluppare la cultura teatrale sul nostro territorio, in particolare la drammaturgia contemporanea. Inoltre, le nostre azioni, filtrate dal teatro, sono strumenti di relazione, coesione sociale e incontro: una mission che abbiamo sentito nostra man mano che la nostra compagnia diventava più conosciuta sul territorio.

Vi è mai capitato di dover riadattare alcune idee dopo aver compreso meglio le esigenze culturali del vostro pubblico? Com’è stata accolta la compagnia di prosa? 

AR: Siamo un’associazione con tre anime: la scuola, la compagnia e il teatro. Per quanto riguarda la scuola, l’area di interesse è stata subito apprezzata dal nostro pubblico così come la compagnia, perché non c’era in città una compagnia giovane che producesse drammaturgia contemporanea, dunque offrivamo, e tuttora offriamo, uno spazio di teatro alternativo al teatro mainstream di Reggio Emilia. La terza anima, che corrisponde alla gestione del teatro, è quella più faticosa. Le offerte culturali nella nostra città sono numerosissime, quindi portare il pubblico a teatro non è mai scontato. Come soluzione, lavoriamo molto sul tenere alta la qualità degli spettacoli, nonché sulla promozione e valorizzazione degli stessi.

Siamo molto soddisfatti di come la città ci ha accolti sia dal punto di vista della risposta ai corsi di teatro, che sono andati moltiplicandosi nel corso degli anni, sia dal punto di vista della compagnia, perché il territorio e le istituzioni hanno appoggiato il nostro operato mettendo a disposizione la gestione del Teatro Piccolo Orologio, un teatro di proprietà comunale.

MaMiMò – foto di Nicolò Degl’Incerti Tocci

Quali azioni avete messo in atto durante il lockdown per superare la lontananza con i fruitori che solitamente seguono le vostre attività?

AR: Da quando abbiamo chiuso il teatro per ordinanza ministeriale, abbiamo ribaltato tutta la nostra programmazione in streaming attraverso dirette facebook. Abbiamo creato MaMiMò ON AIR, una web-radio-tv grazie alla quale, dalle rispettive abitazioni, ogni persona del nostro team trasmetteva contenuti culturali in radio. Per esempio, prima del lockdown eravamo alle prese con il Festival Figure da Grandi e Felicità Sostenibile: il festival prende 02 che sono stati Interrotti bruscamente; entrambi i festival prevedevano l’intervento di molti esperti, spettacoli, dibattiti e così via. Grazie alla trasmissione MaMiMò ON AIR abbiamo dato la parola agli ospiti dei festival tramite interviste in diretta, contributi video, letture di brani, etc.  In questo modo abbiamo avuto la possibilità di stare vicini ai nostri spettatori e tra noi stessi. Un’attività che durante la prima parte della quarantena ha funzionato molto bene.

Pensate di consolidare in futuro questo nuovo format che avete ideato durante la quarantena?

AR: Con la fase 2 la gente è libera di muoversi maggiormente e dunque anche la radio ha bisogno di essere ripensata, motivo per cui stiamo ri-trasformando nuovamente il format. Dal 15 giugno è diventata una radio-live, ossia una sorta di appuntamento durante il quale invitiamo gli ospiti anche dal vivo. Cerchiamo di trasformare e adattare i nostri mezzi di comunicazione in base all’evolversi dell’epidemia.

Foto di Nicolò Degl’Incerti Tocci

Che tipo di barriere solitamente ostacolano una maggiore sperimentazione e come cercate di superarle?

AR: I nostri ostacoli sono stati principalmente di natura economica. Noi siamo una realtà con molti dipendenti rispetto a una giovane compagnia, quindi abbiamo tanti costi fissi. Perciò non sempre abbiamo disponibilità di utili da poter investire in progetti più sperimentali. Ci piacerebbe avere un budget per innovare, inventare, sperimentare.

Qual è l’elemento più ostico da gestire per una struttura come la vostra?

AR: Per noi la cosa più difficile da gestire sono i flussi di cassa perché ci sono dei picchi di entrate e uscite non sempre prevedibili. A volte capita, ad esempio, di non avere liquidità sufficiente per un certo progetto perché l’erogazione di un eventuale bando vinto tarda ad arrivare.

Quale tipo di soluzioni a queste problematiche ti auguri possano essere applicate dal punto di vista legislativo o finanziario? 

AR: Dalla nostra esperienza possiamo affermare che se ci ingegniamo, formiamo, informiamo e investiamo, è possibile raggiungere gli obiettivi che ci poniamo. Ma questa possibilità di riuscire accade in una regione come l’Emilia Romagna, immagino che altrove la situazione sia più difficile.

Tutto nasce dal fatto che ci sono pochissime risorse destinante alla cultura, troppo poche rispetto agli altri paesi dell’Europa. Intendo dire che, secondo me, gli strumenti legislativi attualmente esistono, per esempio noi siamo riconosciuti dal MiBACT e facciamo richiesta tutti gli anni di una maggiore sovvenzione per il FUS – Fondo Unico dello Spettacolo, o per la L.R. n. 13/1999 con cui la Regione Emilia Romagna finanzia gli enti culturali del territorio. In questo ambito siamo riconosciuti sempre come una giovane compagnia, nonostante lavoriamo da oltre 15 anni e molti di noi hanno un’età compresa tra i 40/45 anni. Parliamo di linee di credito, strutture, strumenti già attivi, ma con poche risorse per godere appieno di queste linee di intervento pubblico.

Foto di Nicolò Degl’Incerti Tocci

Come immaginate la struttura economica della vostra organizzazione fra 10 anni?

AR: Il nostro sogno è di essere maggiormente riconosciuti dal punto di vista istituzionale in termini di contributi. Immagino MaMiMò con una maggiore serenità economica perché le istituzioni avranno riconosciuto il valore della nostra produzione culturale. Dal punto di vista della compagnia, una maggiore sovvenzione è utile per permetterci di sperimentare al fine di offrire servizi e prodotti artistici originali e ricercati.