Ricognizioni Culturali • Associazione Teatrale Scena Verticale

Ricognizioni Culturali è la serie di interviste con rappresentanti di organizzazioni artistico-culturali di tutta Italia, parte di una ricerca più ampia per indagare le nuove possibilità di sviluppo e sostenibilità economica del settore.

Tutte le interviste, insieme ai risultati della ricerca, saranno disponibili nel report prodotto in collaborazione Fondazione Santagata e che pubblicheremo nell’autunno 2020.

Al fine di offrire uno spazio per il confronto e l’apprendimento, abbiamo deciso di aprire questa serie a tutte le organizzazioni interessate a raccontarsi e a condividere le azioni intraprese in questo periodo di emergenza.

Scriveteci all’indirizzo info@nestaitalia.org: saranno considerate quelle organizzazioni artistiche e culturali operanti da almeno un anno, che svolgono attività ad impatto culturale e sociale e che hanno una struttura organizzativa tale da rispondere alla maggioranza delle domande previste dall’intervista.

Nel quarto blog post della rubrica incontriamo Settimio Pisano di Scena Verticale, associazione di Castrovillari (CS) riconosciuta Impresa Teatrale dal Ministero, che dal 1992 promuove la cultura teatrale nel territorio locale attraverso produzioni originali e appuntamenti noti a livello internazionale, tra cui il Festival Primavera dei Teatri.

Puoi raccontare in breve il percorso dell’Associazione Teatrale Scena Verticale e quale mission persegue?

Settimio Pisano: Io sono arrivato nel 2001, ma la compagnia è stata fondata nel 1992 da Saverio La Ruina e Dario De Luca, due attori che lavoravano come freelance in diverse produzioni del teatro italiano e hanno deciso di provare a investire al sud. Nel 1997 è arrivato il riconoscimento da parte del Ministero e da quel momento c’è stata una crescita graduale, pian piano la compagnia si è strutturata in modo diverso.

L’associazione Scena Verticale ha una doppia natura: da un lato è una compagnia di produzione riconosciuta dal Ministero come impresa teatrale; dall’altro cura vari progetti sul territorio, tra cui il festival Primavera dei Teatri. Abbiamo però deciso di separare giuridicamente le due strade per una maggiore gestione in termini di chiarezza e risorse creando l’omonima associazione che gestisce il festival.

Anche la mission è duplice: attraverso il nostro lavoro proviamo a dare un contributo al rinnovamento del linguaggio scenico in Italia, alla nascita di una nuova generazione di artisti e alla diffusione teatrale sia sul territorio nazionale che qui al sud; attraverso il festival, che ormai esiste da 20 anni, vogliamo dare un contributo alla crescita sociale, democratica, culturale del territorio su cui lavoriamo.

Come si inseriscono le vostre attività all’interno dell’offerta culturale del territorio in cui operate? 

S.P.: I competitor della macro zona del territorio sono eventi che hanno un appeal in termini di numeri completamente diversi. Il nostro è un progetto che non ha l’ambizione di raccogliere le masse per sua natura.

“È un progetto che vuole dare un segnale diverso, un’opportunità diversa di crescita e di visione alla comunità.”

La scommessa è stata quella di provare a costruire proposte in un territorio vergine, dove non c’erano neanche una memoria e un gusto teatrale stratificati: abbiamo provato a crearne uno del tutto nuovo aderente ai tempi, alla società che viviamo, alla contemporaneità, per cui siamo andati subito su quelle proposte molto nuove.

Che tipo di approccio avete adottato per creare quel forte legame che c’è tra voi e il pubblico che vi segue? 

S.P.: Inizialmente le strategie erano molto artigianali e lo sono in parte anche adesso, ma essendo una città molto piccola c’è stato un rapporto diretto con la comunità, che man mano ha cominciato a fidelizzarsi e a fidarsi della direzione del festival.

Rispetto al lavoro con il pubblico abbiamo svolto un lavoro molto certosino. In particolare, negli anni in cui il festival stava nascendo abbiamo lavorato con una costante presenza sul territorio, anche per via del tipo di progetti che sono abbastanza “radicali”.

Non si tratta di spettacoli commerciali o con nomi conosciuti dal grande pubblico, ma lavoriamo moltissimo con la nuova generazione di artisti, sia dal punto di vista del linguaggio che di riconoscibilità.

Come ha risposto la comunità di Castrovillari a questi nuovi input culturali? 

S.P.: La comunità ha risposto positivamente, anche se come dicevo il progetto non ha l’ambizione e in qualche modo neanche la possibilità di attrarre grandi numeri. A livello di riconoscibilità sul territorio c’è ancora certamente molto da fare.

Noi proviamo ad ampliare il bacino di utenza, però il festival ha un target preciso, sappiamo che non fa parte del nostro percorso raccogliere tutta la città.

Non era nostra intenzione creare un progetto che avesse semplicemente un impatto sul territorio locale, volevamo sin da subito comunicare con il resto d’Italia.

D’altronde, abbiamo dato vita al festival per capire cosa facessero i nostri coetanei e dalla semplice voglia di evitare centinaia di chilometri per vedere degli spettacoli. Quindi, abbiamo provato a portarli a casa e da lì è nato tutto.

Abbiamo un pubblico molto misto perché da ci sono gli addetti ai lavori che vengono da tutta Italia, tantissima stampa, operatori dello spettacolo, anche dall’estero; dall’altra parte abbiamo un pubblico non professionale, appunto i cittadini.

Ci sono degli ostacoli che in un certo senso impediscono di svolgere il vostro lavoro con fluidità? Avete dovuto affrontare dei fallimenti in passato?

S.P.:  Il nostro problema è la forte dipendenza dal finanziamento pubblico. Il festival nasce grazie a un bando del Ministero nel 1999 ed è stato sostenuto nei primi anni da quello che all’epoca si chiamava Ente Teatrale Italiano.

Oggi gran parte delle nostre entrate arrivano dalla Regione Calabria e quindi siamo legati all’amministrazione, alla politica e all’incertezza che dopo 20 anni è sempre quella di allora. I

l vero grosso problema, anche se credo non sia solo calabrese ma riguarda tutta l’Italia, è la macchina burocratica che non ti mette in condizioni di realizzare i progetti con fluidità e non consente all’investimento pubblico stesso di raggiungere il massimo dell’efficacia.

Adesso, per esempio, stiamo lavorando alla 21esima edizione di “Primavera dei Teatri”, ma recentemente c’è stato il cambio dell’amministrazione regionale e tutta una serie di processi si sono impantanati.

Come immagini lo sviluppo della vostra compagnia teatrale fra dieci anni? 

S.P.: Stiamo iniziando molto lentamente ad aprirci all’attività internazionale. Stiamo lavorando sull’adesione a dei network per fare in modo che ci sia un’ulteriore diversificazione dell’attività e chissà che magari da qui a dieci anni quella non possa essere una strada che si aggiunge al nostro percorso. Senza  per questo cambiare radicalmente la nostra identità.

Al momento l’internazionalizzazione è una strada che vediamo come percorribile, cioè la possibilità di accedere a un mercato estero che crea delle possibilità diverse. Siamo solo agli esordi e quando cominci a interloquire con le strutture che lavorano in europa, o nel resto del mondo, devi avere una solidità non solo in termini di risorse, ma anche di tempi di programmazione. Spesso accade che la macchina burocratica non ci permette di stare al passo dei nostri colleghi europei.