Ricognizioni Culturali • Facto

Ricognizioni Culturali: dialoghi e prospettive per nuovi modelli di cambiamento è lo spazio del nostro blog dedicato alle conversazioni con professionisti del settore artistico e culturale, per indagare modelli economici sostenibili per le organizzazioni del settore.

Le interviste della serie fanno parte di un più ampio progetto di ricerca condotto in collaborazione con Fondazione Santagata. I risultati saranno illustrati in un report che pubblicheremo nell’autunno 2020.

Abbiamo pensato che, alla luce della situazione attuale, è importante continuare il dialogo con le organizzazioni, affinché emergano criticità e buone pratiche, utili a indirizzare una ripartenza più che mai necessaria per un settore storicamente sottoposto a incertezza e precarietà.

Per questo, le organizzazioni interessate possono scriverci a info@nestaitalia.org. Saranno considerate quelle operanti da almeno un anno, che svolgono attività ad impatto culturale e sociale e che hanno una struttura organizzativa tale da rispondere alla maggioranza delle domande previste dall’intervista.

FACTO, spazio multidisciplinare nel centro storico di Montelupo Fiorentino, un progetto che è riuscito a coniugare rigenerazione urbana, economica e offerta culturale. Ci racconta di più la co-fondatrice Silvia Greco.

Cos’è FACTO e come si struttura? 

Silvia Greco: FACTO – Fabbrica Creativa Toscana è un progetto ibrido gestito dall’omonima associazione culturale non riconosciuta, supportata nelle attività commerciali da una società di capitali (entrambe fondate da me e da Sara Bandini), operiamo in  partnership con il Comune di Montelupo Fiorentino, che promuove da anni una politica di rivitalizzazione del centro storico confluita nel bando “Montelupo al centro” grazie al quale FACTO ha potuto delinearsi in modo diffuso riaprendo 6 fondi (2 pubblici e 4 privati) lungo una strada del centro storico. Gli immobili sono stati interamente ristrutturati a spese dell’associazione grazie anche alla preziosa collaborazione di imprese del territorio.

“Pubblico, privato, profit e no-profit lavorano in maniera corale per creare un modello che possa rispondere alla visione comune di riportare l’arte al centro, per assolvere alle funzioni che l’amministrazione pubblica ci richiede.”

Qual è l’obiettivo del vostro progetto in comune con la pubblica amministrazione? 

S.G.: Il centro storico di Montelupo Fiorentino soffriva da anni, come molti altri piccoli borghi, del suo impoverimento commerciale e abitativo: fondi chiusi da anni, spazi non vissuti e sottoutilizzati, alcune aree non presidiate soggette a degrado urbano. L’obiettivo condiviso con l’amministrazione era quello di restituire vitalità al centro storico della città e riattivare l’economia locale assolvendo alla funzione di attivatori di comunità per i singoli e per le realtà imprenditoriali del territorio.

I luoghi sono stati recuperati e hanno ricominciato a vivere, gli angoli dimenticati sono tornati a essere illuminati e raccontati. Gli spazi che abbiamo riattivato grazie ad iniziative culturali hanno portato dei risultati anche sul tessuto economico della città. Quindi le funzioni a cui abbiamo risposto sono molteplici.

Quale metodologia ha adottato FACTO per radicarsi sul territorio? è stato un processo generato dal basso? 

S.G.: Il processo che abbiamo attivato è stato inverso. Abbiamo prima lavorato con la comunità di artisti per costruirci una reputazione nel mondo dell’arte, poi abbiamo cominciato a relazionarci con la comunità, attivando un processo che è ancora in corso e su cui c’è sempre da lavorare.

FACTO è un luogo dedicato all’arte, ma non riconosciamo né il sistema dell’arte contemporanea in quanto tale, autoreferenziale e distante da chi non è particolarmente avvezzo a questi linguaggi, né il sistema dei centri artistici amatoriali per cui l’arte è un hobby. Il nostro obiettivo è quello di togliere l’arte contemporanea dai suoi contesti canonici, riportandola al “centro” in un ambiente estremamente innovativo ma che dialoga con la quotidianità.

Per noi il luogo è il vero protagonista del processo creativo. Il luogo come opportunità di sperimentazione non solo per gli artisti, ma per tutte quelle persone appassionate e creative che si sentono vicine a questo linguaggio. Vogliamo che FACTO sia uno spazio di aggregazione per mettere a sistema menti che si occupano della contemporaneità nei modi più disparati. FACTO è una sorta di connettore di energie latenti che agivano in modo isolato ed erano scollegate tra loro.

Facto • Art coworking diffuso

Quali azioni avete messo in pratica per adempiere a queste funzioni? Quali strategie avete adottato per acquisire fiducia dal pubblico che oggi vi segue?

S.G.: Montelupo è una cittadina di 15.000 abitanti con una zona residenziale molto forte ed un centro storico abitato invece soprattutto da anziani. Inizialmente i cittadini ci hanno accolto con un po’ di diffidenza. Utilizziamo il bistrò per raggiungere il più ampio numero di persone per raccontare il progetto. Sulla pagina iniziale del menù, per esempio, abbiamo inserito il racconto di FACTO, spiegando che chi viene a mangiare da noi finanzia una serie di progetti e attività culturali che possono così essere sostenute.

Le mostre proposte negli spazi diffusi permettono anche agli utenti del bistrò di viverle e visitarle. Le persone sono spinte a seguire dei percorsi ideati e pensati appositamente per avere un flusso di presenze fisiche per le strade del centro storico. Questo consente di conoscere altre opere presenti in città, trasformando FACTO in un veicolo di comunicazione e divulgazione di Montelupo stesso.

Nei periodi in cui non ospitiamo artisti, la nostra casa diventa un B&B. Chi sceglie noi per dormire a Montelupo, in realtà soggiorna in una vera galleria, perché agli artisti che dormono da noi chiediamo di lasciare nella casa alcune tracce del loro passaggio. Grazie al racconto di queste esperienze i nostri ospiti ci chiedono quasi sempre di visitare anche la galleria, gli atelier e il bistrò stesso.

Qual è il punto di forza del vostro modello?

S.G.: La forza di FACTO è la capacità di essere auto-sostenibile con un modello ibrido la cui entrate sono garantite da molteplici funzioni: il bistrò, il B&B, le aule per fare formazione, i corsi che organizziamo, gli atelier, il coworking e gli uffici, cuore della nostra comunità ibrida di professionisti e artisti.

“La sfida dell’impresa culturale è proprio questa, rendere la cultura accessibile con un modello di business innovativo.”  

Il nostro obiettivo è costruire un modello che sia sostenibile senza i bandi. Il bando deve finanziare un progetto e non sostenere le nostre spese strutturali. Non ha senso che l’impresa debba sostenersi esclusivamente con progetti o bandi senza prevedere alcun modello di sostenibilità autonoma.

Uno dei limiti che c’è all’interno dell’attuale sistema è la carenza di un capitale iniziale che, nel mio caso, mi avrebbe aiutato a sostenere le spese per far partire l’impresa. Sarebbe stato essenziale un prestito molto vantaggioso, garanzia, un match rispetto alla complessità del progetto.

Di fronte a quali limiti vi pone la doppia relazione profit/no-profit e pubblico/privato? Cosa vi permetterebbe di superarli?

S.G.: Da un punto di vista legislativo esiste un vuoto totale, non ci sono modelli a cui poter fare riferimento. Quando burocraticamente si presentano dei limiti bisogna poi inventarsi il modo di superarli. Questa difficoltà si manifesta costantemente, pur lavorando con un’amministrazione che condivide la nostra visione e ci dà un sostegno forte sullo snellimento dei processi.

Se io dovessi dire dove finisce la parte no-profit e dove comincia la parte profit avrei delle enormi difficoltà. Non ha senso fare questa distinzione nella misura in cui una cosa è strettamente funzionale all’altra.

Per superare questi limiti è essenziale avere un’elasticità legislativa che renda semplici e snelli i processi con cui dei cittadini si impegnano a lavorare sul territorio di riferimento. Oggi è l’esatto contrario, ci troviamo di fronte a una burocrazia che per chi opera dal basso in modo innovativo è difficile da sostenere.

 

FACTO – Bistrò

Quali progressi immagini per il modello economico di Facto in futuro?

S.G.: Vorrei innanzitutto che FACTO esistesse a prescindere da me. La immagino trasformata in un’impresa sociale, come un’attività imprenditoriale a vocazione culturale che produca utili sufficienti da essere reinvestiti nel territorio, nelle risorse umane, nelle attività, nei fabbricati stessi che hanno bisogno di una manutenzione costante.

Gestire uno spazio diffuso implica uno sforzo, ruoli e professionalità complesse, la struttura è un enorme ingranaggio che si muove all’unisono e che ha quindi bisogno di risorse articolate e strutturate.

Come si relaziona FACTO all’incognita generata da questo particolare periodo storico?

S.G.: L’incognita porta modelli nuovi. Mi ha confortato il fatto che la cultura sia stata determinante. Durante questa emergenza abbiamo visto che tutti settori che hanno subito tagli importanti in questi anni sono invece stati essenziale per tutelare i diritti primari dei cittadini: sanità, scuola e cultura. La cultura si è mossa per prima al fine di rendersi accessibile alla massa. Cosa sarebbe stata questa quarantena se non ci fossero stati musei, opere, musica, letteratura, conoscenza accessibile?

“La cosa che mi fa più paura è che tutte le riflessioni maturate finora vadano perdute e che rischiamo di perdere un’occasione per provare a migliorarci e trovare nuove soluzioni alle questioni critiche del nostro tempo”.

Però sono fiduciosa e credo che questo momento possa portare un vento di cambiamento rispetto alla costruzione di modelli innovativi. Anche FACTO andrà completamente reinventato. La vera sfida starà nell’individuazione di nuovi bisogni e di modi innovativi per garantirli.