Ricognizioni Culturali • Il Cinemino

Terzo appuntamento con Ricognizioni Culturali, la serie dedicata alle interviste con organizzazioni artistico-culturali, per indagare le nuove possibilità di sviluppo e sostenibilità economica del settore.

Le interviste fanno parte di un più ampio lavoro di ricerca condotto in collaborazione con Fondazione Santagata e di cui pubblicheremo il report nell’autunno 2020.

Oggi incontriamo Agata De Laurentiis, tra i soci fondatori de Il Cinemino di Milano.

Quali obiettivi hanno guidato la nascita de Il Cinemino? 

Agata De Laurentiis: Io e i miei soci siamo degli appassionati e in passato abbiamo tutti avuto delle esperienze lavorative nel mondo del cinema, televisione e intrattenimento, quindi avevamo già un’idea solida relativa a questo mondo. C’era però una modalità di fruizione che non ci tornava più.

In particolare, io e altri tre soci avevamo lavorato insieme all’interno di una sala cinema, questo ci aveva dato l’opportunità di capire quali erano gli elementi che non ci tornavano: non ci vedevamo riconosciuti in questo modo di fare cinema, che poi era quello classico.

Il nostro obiettivo nel creare questa struttura era da un lato riportare l’attenzione sulla sala, come elemento fondamentale per la visione di un film, dall’altro poter avere uno spazio che potesse essere un cinema di condivisione.

“Non solo un momento in cui guardare un film ma anche un momento in cui fermarti a parlare, a riflettere o semplicemente trovare un ambiente che ti accogliesse in maniera cinematografica e che ti portasse dentro l’esperienza della visione”.

Il Cinemino

Cosa ha portato Il Cinemino a stabilirsi nella zona 4 di Milano, un’area marginale rispetto ai percorsi della vita sociale della città? Il progetto era rivolto alle persone che abitano il quartiere oppure era pensato come un qualcosa di più ampio respiro?

A.D.L: La zona 4 non è né centro né periferia, fuori da tutti i tipi di percorso. Siamo in una via dove non ci sono bar o ristoranti. La zona 4 di Milano è molto vasta, con una densità di popolazione abbastanza importante e l’unico cinema presente è il Multisala Colosseo, che però si trova all’estremità della stessa. Quindi tra le varie possibilità che abbiamo avuto quando ci siamo messi alla ricerca della location, questa ci è sembrata particolarmente adatta per poter accogliere un progetto come il nostro.

L’idea iniziale era creare un hub culturale per tutti gli appassionati di cinema, non pensavamo a una dimensione di quartiere. Quello che poi si è venuto a creare come pubblico, soprattutto nella fascia pomeridiana, è formato dagli abitanti del quartiere, quindi il concetto di cinema di prossimità è molto importante.

Invece, nella fascia serale i nostri spazi si trasformano e accolgono il pubblico a cui inizialmente pensavamo di rivolgerci: appassionati che vogliono trovarsi in un luogo che gli assomigli. Dunque, abbiamo almeno due bacini di utenza differenti a seconda delle ore del giorno.

Avete incontrato degli ostacoli che hanno rallentato le vostre attività?

A.D.L:Ostacoli? Tantissimi! La legislazione nei confronti dei locali ibridi è veramente confusa. Il Cinemino è rimasto chiuso per quattro mesi a causa di un problema legato non alla sicurezza di per sé, ma a che tipo di soggetto fossimo noi, se un cinema oppure un’associazione culturale; di conseguenza sono venuti fuori i problemi relativi alle caratteristiche di sicurezza che avrebbe dovuto avere lo spazio.

Questa situazione ha portato alla luce il tema dei locali ibridi che fanno diversi tipi di cultura, quali proiezioni di film, presentazioni di libri, rappresentazioni teatrali, musica e bar; coinvolgendo vari aspetti hanno sempre grosse difficoltà rispetto alle leggi vigenti.

Il fatto che non esista la qualificazione di locale ibrido comporta che, a seconda del funzionario che analizza lo spazio, hai di fronte interpretazioni contrastanti tra di loro. Quindi il nostro più grande problema è sicuramente legato alla legislazione che non prevede la presenza di locali di questo tipo.

“Come se la legislazione fosse rimasta un po’ indietro rispetto all’evolversi della cultura cinematografica e dei nuovi modi di fare cultura”.

La doppia natura è la caratteristica fondamentale della vostra organizzazione. Come siete strutturati e come avviene la gestione dei due ambienti?

A.D.L: Il Cinemino è un modello ibrido ma unitario ed è gestito da due società diverse di cui alcuni di noi (io personalmente) siamo sia soci di capitale che in associazione. Il locale è gestito ed è stato preso in affitto da una s.r.l. che si è occupata della ristrutturazione dello spazio, mentre la gestione della programmazione della sala cinema è nelle mani dell’associazione culturale.

Il progetto è totalmente omogeneo in quanto il cinema guida il bar nelle scelte culinarie, ad esempio se organizziamo un evento durante il quale proiettiamo un film spagnolo, il bar segue con delle offerte legate alla cultura culinaria spagnola. Inoltre, investiamo su film i cui diritti costano di più, ma che riteniamo molto importanti da trasmettere in sala; su incontri con l’artista di riferimento, in quanto per noi è fondamentale che interagisca con il pubblico. Questo è sicuramente un progetto molto sperimentale.

“Siamo una struttura ibrida e complessa, non ce ne sono come la nostra. Noi siamo un unicum, per questo siamo abbastanza pionieri, in un certo senso”.

Guardando al percorso compiuto fin ad oggi, cosa consiglieresti a chi sta pensando di intraprendere una strada come quella de Il Cinemino?

A.D.L: Di non sottovalutare la difficoltà di questo mercato e delle regolamentazioni relative al cinema, perché sono davvero insidiose. Nonostante le nostre esperienze precedenti in questo mondo, in alcuni momenti ci siamo trovati in difficoltà. Quindi chi mai volesse fare questa scelta deve documentarsi molto bene e deve affidarsi sin da subito a dei consulenti.

Un’altro consiglio che darei riguarda la presenza di almeno uno dei soci all’interno della struttura, cioè di non pensare di lasciare ad altri la gestione del progetto, perché è complessa e andrebbe svolta personalmente.

Come immaginate lo sviluppo della vostra organizzazione? 

A.D.L: Ci piacerebbe che nascesse un Cinemino 2, forse anche un Cinemino 3, gestito ugualmente da noi. Una cosa che non immaginiamo è il franchising, perché l’idea è molto forte ma anche molto artigianale. A noi capita quotidianamente di svolgere lavori molto diversi tra loro all’interno della stessa giornata: dalla programmazione dei film alla grafica, allo scaricare le casse.

Chi lavora su questo progetto deve amarlo a 360 gradi e non può essere un dipendente, ma deve essere qualcuno ampiamente coinvolto.

Quale forma di supporto legislativo e/o finanziario vi augurate per agevolare la realizzazione dello scenario che hai appena immaginato?

A.D.L: Secondo me, così come esiste un FUS – Fondo Unico per lo Spettacolo per le attività legate allo spettacolo dal vivo, si dovrebbe prendere in considerazione all’interno di questi finanziamenti tutte quelle strutture che non sono istituzionali, ma che producono cultura.

A Milano esistono numerosi locali che si occupano di una cultura molto più pop, nel senso molto più condivisa, e che appunto non hanno accesso al FUS e a determinati tipi di finanziamenti. Credo invece che facciano tantissima cultura e che abbiano la necessità di essere aiutati in alcuni momenti.

Dunque, una sorta di FUS declinato ad altre forme di attività culturali.

A.D.L: Esattamente, un FUS declinato ad attività ibride, uso ancora questo aggettivo per intenderci, e non istituzionali.

Il Cinemino ha già affrontato una chiusura prolungata a causa di una normativa, come dicevamo, poco sensibile al tema dei locali ibridi. Questa volta la motivazione è diversa e comune a tutti i settori. State immaginando nuove modalità di coinvolgimento del vostro pubblico, in attesa della riapertura? 

A.D.L: Questa chiusura è profondamente diversa rispetto a quella che abbiamo già attraversato. Ora ci troviamo in una situazione nuova, mai vissuta da nessuno, né da noi né dal pubblico.

Non sappiamo immaginare come e quando torneremo né come reagiranno i nostri spettatori. Per ora teniamo vivi i contatti attraverso Newsletter settimanali e brevi video sui social, sperando di tornare in sala prima o poi.