Ricognizioni Culturali • Mufant Torino

Per il secondo appuntamento  di Ricognizioni Culturali  incontriamo Silvia Casolari, co-founder dell’Associazione Immagina che ha dato vita al Mufant, il Museolab del Fantastico e della Fantascienza di Torino.

Queste conversazioni sono parte di una più ampia ricerca svolta in partnership con Fondazione Santagata, che indaga alcune difficoltà e opportunità per la crescita delle organizzazioni del settore. Al fine di offrire uno spazio per il confronto e l’apprendimento, abbiamo deciso di aprire questa serie a tutte le organizzazioni interessate a raccontarsi e a condividere le azioni intraprese in questo periodo di emergenza.

Scriveteci all’indirizzo info@nestaitalia.org: saranno considerate quelle organizzazioni artistiche e culturali operanti da almeno un anno, che svolgono attività ad impatto culturale e sociale e che hanno una struttura organizzativa tale da rispondere alla maggioranza delle domande previste dall’intervista.

Cosa vi ha spinto a creare l’Associazione Immagina?

Silvia Casolari: Ci ha spinto senz’altro la passione per un immaginario: da sempre ci interessa e ci occupiamo di Fantastico Moderno. Siamo nati nel 2002 con l’esperienza di Iter – Servizi Educativi del comune di Torino. Inizialmente svolgevamo attività per terzi come: laboratori formativi e didattici nelle scuole, curatela e allestimento di mostre per i centri culturali della città, conferenze ed eventi nel contesto delle diverse Circoscrizioni torinesi.

Dal 2009 abbiamo preso in gestione uno spazio che aprivamo solo durante gli eventi e le mostre – una sorta di “proto-Mufant!” – mentre nel 2016 si consolida l’idea del museo con una sede propria e apertura continuativa.

Quando avete deciso di immergervi in questa nuova esperienza eravate coinvolti in altre attività lavorative oppure era la vostra prima attività? 

S.C.: L’Associazione Immagina riuniva appassionati, ma anche persone di diversa formazione: giornalisti, un docente universitario, collezionisti, uno psicologo che poi è stato fondamentale per la nostra apertura al sociale. Io ho una formazione umanistica e subito dopo la laurea ho fondato l’associazione con Davide Monopoli, che invece ha mantenuto il lavoro come progettista part-time presso la Cooperativa Altra Mente, dove si occupa di progetti di innovazione sociale indirizzati a persone con disagio psichico.

L’edificio che ospita il museo si trova ai confini di un quartiere periferico, dunque ai margini dei flussi turistici e dei circuiti culturali della città di Torino. Quale mission e quali ambizioni in termini di impatto si prefigura Mufant?

S.C.: La nostra mission è valorizzare e diffondere la cultura del Fantastico, quell’immaginario che nasce, inizialmente in letteratura, nell’ambito del profondo mutamento sociale e culturale innescato dalla rivoluzione industriale e che poi nel Novecento si è fissato nei diversi generi – fantascienza, fantasy, horror, weird – entrando progressivamente nelle rappresentazioni di tutti i media: libro, cinema, fumetto, televisione, gioco e videogioco.

Il nostro approccio non può che essere cross mediale: produciamo mostre, organizziamo convegni, incontri, presentazioni letterarie, mantenendo sempre i rapporti con gli istituti scolastici e le Università.

Vorrei ricordare che quest’area, insieme a poche altre zone di Torino, presentava fino a poche decadi fa le criticità, il degrado e le problematiche sociali tipiche delle “periferie estreme”, in parte oggi per fortuna superate.

Dunque, perseguiamo un doppio impatto: da un lato, proprio quello sui residenti di questa zona, sulla loro identità, sulla percezione che hanno della trasformazione del quartiere che abitano, dall’altro sulle persone che noi abbiamo coinvolto sia nello staff del museo sia in quello che lavora nei due laboratori sociali che abbiamo appena aperto. Si tratta di persone con disagio psichico che, collaborando con il resto del team del museo, lavorano come steward di sala, in biglietteria, ci aiutano negli allestimenti, percependo un regolare stipendio con contratti di collaborazione. L’80% di questa fascia rientra nel progetto Pon Metro, un’altra fascia è coinvolta attraverso la cooperativa sociale di Chivasso e altri retribuiti direttamente dall’ASL.

C’è poi un ulteriore obiettivo che per noi è stato molto naturale, quello della rigenerazione urbana e della riqualificazione di uno spazio prima in disuso. Grazie al progetto CO-CITY / UIA – Urban Innovative Actions stiamo allestendo all’esterno del museo un piccolo Parco del Fantastico che prevede, oltre a nuove piantumazioni e interventi di rifinitura della facciata dello stabile, la collocazione di sette statue in ferro corten.

Come pensi percepiscano il Mufant i residenti del quartiere e come riuscite a coinvolgere attivamente il vostro pubblico? 

S.C.: Abbiamo sempre cercato di avere un dialogo con i residenti. Per esempio, il progetto che ho appena citato è proprio basato sulla co-partecipazione e co-progettazione con i residenti, con i quali abbiamo condiviso la scelta stessa delle statue attraverso incontri e riunioni aperte.

Poi puntiamo anche ad un cambiamento di identità del quartiere da un punto di vista esterno, cioè come i cittadini dell’intera città percepiscono questa zona e la sua graduale trasformazione. Moltissimi sono naturalmente i visitatori del museo che arrivano qui da altre parti della città.

Manteniamo i rapporti con altri attori del quartiere, ad esempio partecipando continuativamente al tavolo di Borgo Vittoria con il quale abbiamo anche avviato la comune partecipazione a bandi promossi da fondazioni e, sempre il quartiere, sarà protagonista del Festival “Loving the Alien” che stiamo organizzando e che avrà luogo negli spazi aperti del Parco del Fantastico.

Premetto che il fantastico di per sé non è un contenuto che allontana, perché noi parliamo di film di fantascienza, di letteratura fantastica, di fumetti, serie tv etc, abbiamo da poco aperto anche una sala videogame con diverse postazioni e consolle. Spesso chi arriva al Mufant per una mostra su Star Wars, Star Trek o Ritorno al Futuro magari non conosce Emilio Salgari o la proto fantascienza italiana ed europea, ma trova un percorso dedicato appunto alle origini del Fantastico.

Il nostro obiettivo è creare una commistione di pubblici e coinvolgerne di nuovi attraverso una metodologia che, partendo dalla dimensione più pop del nostro immaginario – quella delle grandi saghe cinematografiche e televisive – li accompagna alla scoperta dei grandi autori o dei concetti fondamentali: futuro, innovazione, alterità, cambiamento.

Quale ruolo svolge la tecnologia nella diffusione dei contenuti e come ha influenzato la proposta culturale del Mufant? 

S.C.: Con il Politecnico di Torino, in particolare con il gruppo Transmedia di Ingegneria del Cinema, stiamo facendo ormai da tre anni il laboratorio applicativo che produce degli alternate reality game: si tratta di giochi che iniziano su un computer e si sviluppano nei nostri spazi espositivi. Abbiamo anche aperto una sala interattiva sul Videogame dove organizziamo una serie di eventi coinvolgendo giornalisti e sviluppatori del settore.

“Abbiamo questa particolare propensione verso il videogame, perché molta fantascienza di qualità si sviluppa in questo settore”. 

In passato c’è stato un altro progetto con Mariano Equizzi di Komplex Live Cinema Group, un ente che si occupa di realtà aumentata nel milanese. Per noi ha sviluppato “KOMPLEX GIZMO” un gioco di realtà aumentata all’interno del museo e “Stalker 451 – Cybergames…oltre i confini dello spazio (urbano)” con AxTO: un percorso urbano di realtà aumentata che abbiamo inaugurato circa sei mesi fa, nell’ambito di un flashmob di un giorno in bicicletta, svolto in partnership con [To]Bike. Ma le installazioni in AR sono ancora fruibili per tutti.

Avete riscontrato delle difficoltà che hanno ostacolato in qualche modo il raggiungimento di obiettivi di più ampio raggio? 

S.C.: È sempre una dura lotta. La nostra difficoltà è l’essere sempre in gara, noi non siamo sostenibili senza i bandi. L’unico sostegno pubblico che riceviamo è una concessione quadriennale con protocollo di intesa con l’assessorato alla Cultura di Torino che ci permette di tenere basse le spese relative all’affitto e alle bollette. Ci auguriamo quindi un maggiore supporto dal settore pubblico, pur nella consapevolezza che sta andando tutto nella direzione opposta.

Diventare realmente sostenibili con la cultura e il sociale non è così semplice. E’ pur vero che tutti i nostri progetti sono improntati a raggiungere la sostenibilità economica ed il nostro ente lavora in quella direzione. Da circa un anno ormai abbiamo assistito ad un’importante crescita delle entrate costituite dalla vendita dei biglietti.

Da quali errori metteresti in guardia chi sta per intraprendere un percorso simile al vostro? Ci sono stati dei fallimenti che vi hanno particolarmente segnato? 

S.C.: La nostra è stata veramente una piccola crescita costante finora, quindi non abbiamo avuto dei grossi problemi o salti indietro. Forse consiglierei di fare attenzione al tipo di concessione, la tipologia contrattuale è qualcosa su cui lavorare, ovviamente se ci sono le possibilità di non accontentarsi.

Non ci sono stati fallimenti, ma abbiamo patito la grande crisi del 2008. Organizzavamo mostre facendo affidamento sul Bando Caleidoscopio, emanato dalla Città di Torino nell’ambito dei servizi educativi.

Fino al 2007 abbiamo potuto organizzare mostre in ogni centro culturale della città di Torino per 6-7 anni consecutivi. Poi quel bando è stato chiuso ed è stato difficile ripartire da zero mettendosi alla ricerca di nuove risorse. Dalla crisi del 2008/9 abbiamo ricominciato tutto con l’insediamento in uno spazio fisico: la nostra prima sede.

Come immaginate Mufant tra 10 anni? 

S.C.: Non è facile. Tutto è legato molto alla crescita dello spazio fisico e all’implementazione di partnership forti. Io immagino un maggior numero dei visitatori, legato anche a un miglioramento degli spazi.  A breve lanceremo il Mupin – Museo Piemontese dell’Informatica, un progetto che abbiamo fortemente voluto insieme all’assessora alla cultura. L’idea è di creare uno spazio ancora più grande che unisca fantascienza, tecnologia e informatica.

Inoltre, l’assessorato all’ambiente ha coinvolto Iren in un grosso progetto di riqualificazione di tutto questo edificio e dell’intera area esterna. Se questa cosa funzionasse, avremo l’opportunità di trasformarci in un polo museale istituzionale tra fantascienza e tecnologia.

Hai detto che la grande crisi del 2008 vi ha portato a un differente modo di operare. Quando ci siamo scambiate queste riflessioni non ci saremmo mai immaginate una nuova crisi, che sta colpendo il settore culturale in modo differente rispetto alla precedente. Come credi possa influenzare questa volta le vostre scelte sulle future proposte culturali? 

S.C.: E’ inutile negare che per il comparto culturale questa crisi è e sarà devastante. Per quanto ci riguarda i musei sono stati fra i primi enti a chiudere, inoltre il nostro staff non beneficerà di ammortizzatori sociali perché tutte le figure professionali svolgono le loro attività in forme contrattuali molto deboli (contratti a progetto, occasionali, etc.). Abbiamo visto azzerate le entrate generate dallo sbigliettamento, bloccate le borse lavoro e i tirocini universitari, annullate le nostre commesse outdoor.

Un elemento sicuramente positivo è aver portato la nostra attenzione verso la necessità di attivare forme di smart working e, più in generale, verso la dimensione digitale per incrementare l’engagement. Stiamo  lavorando molto ad un progetto improntato sulla Digital Transformation del Mufant, coinvolgendo partner come la Luis, l’Università di Torino, il Politecnico (Transmedia) e il settore Torino social Factory della Città.

Concludo con una nota di positività prendendo a prestito i concetti del filosofo ed esperto di gestione del rischio Nassim Nicholas Taleb dicendo che forse la nostra sopravvivenza dipenderà dal fatto che sostanzialmente siamo un ente “antifragile” – non pesantemente strutturato – e, proprio grazie a questa agilità e capacità di adattamento, forse riusciremo a superare questo Cigno Nero.