Ricognizioni Culturali • Ramdom

Ricognizioni Culturali • Ramdom

19 Maggio 2020 -  Arte & Cultura
7 minuti

Ricognizioni Culturali: dialoghi e prospettive per nuovi modelli di cambiamento è lo spazio del nostro blog dedicato alle conversazioni con organizzazioni del settore artistico e culturale.

Le interviste fanno parte di un più ampio progetto di ricerca, condotto in collaborazione con Fondazione Santagata, per esplorare tematiche e casi studio su modelli economici e di sviluppo sostenibili per il settore. I risultati della ricerca saranno condivisi in un report che pubblicheremo durante l’autunno del 2020.

Abbiamo fin ora conosciuto realtà molto diverse tra loro, sia per ambito artistico, sia per modalità organizzativa. In questa intervista scopriamo un altro progetto che, attraverso un’operazione di riqualificazione dello spazio, ha dato vita ad un polo di ricerca e sperimentazione per l’arte contemporanea davvero peculiare, a partire dal contesto in cui si colloca: una stazione abbandonata a Gagliano del Capo, nell’estremo sud pugliese. Ce lo racconta Paolo Mele, co-fondatore di Ramdom.


 

Da quale riflessione prende vita Ramdom?

Io e il mio socio Luca Coclite venivamo da esperienze professionali che ci hanno portato a riflettere sul fatto che in Puglia mancava una consapevolezza su tematiche del contemporaneo, un confronto nazionale e internazionale, unita alla scarsa presenza di soggetti che si occupavano di arte contemporanea.

Ramdom nasce a Lecce nel 2011 in un periodo in cui la regione Puglia attraversava un momento fertile dal punto di vista politico e culturale, canalizzando le proprie energie in diversi settori, compreso quello culturale. Grazie al bando “Bollenti Spiriti” siamo riusciti a lanciare il progetto Default il cui format prevedeva una Masterclass in Residence, ossia una serie di panel che davano l’opportunità a venti artisti, provenienti da diversi paesi del mondo, di confrontarsi con dieci ospiti internazionali. Le tematiche trattate durante le dieci giornate vertevano su arte, città e rigenerazione urbana. L’obiettivo era quello di stimolare la partecipazione dei cittadini pugliesi a un dibattito sulle tematiche contemporanee.

Il 2014 è stato un anno di svolta: abbiamo deciso di trasferire le nostre azioni dalla città di Lecce a Gagliano del Capo, spostando le riflessioni su quella che abbiamo battezzato Indagine sulle terre estreme. Inoltre, siamo passati dal format della Masterclass in Residence a residenze con vere e proprie produzioni di opere d’arte contemporanea, avviando collaborazioni sia con artisti affermati che emergenti.

Lastation, sede di Ramdom, si colloca in una stazione che avete riqualificato, valorizzato e a cui avete conferito visibilità internazionale. Uno spazio presente alla Biennale Architettura 2018 nel Padiglione Italia come modello di rigenerazione urbana. Come e con quale concessione lo avete ottenuto?  

Abbiamo ottenuto alcuni spazi della stazione di Gagliano Leuca nel 2015 attraverso il bando “Mettici Le Mani” indetto dalla Regione Puglia, una delle poche stazioni a sud-est del Salento ancora funzionante. Lastation diventa il nostro centro artistico e culturale collocato al primo piano, dove prima c’era la casa del capo stazione abbandonata da trent’anni. Insediarsi nel capolinea delle Ferrovie per noi significava caricare di valore simbolico e dare maggiore enfasi alla nostra ricerca relativa all’Indagine sulle terre estreme.

La questione della concessione è uno degli aspetti critici che stiamo affrontando proprio in questo periodo. Abbiamo una concessione di 6 anni e il contratto non prevede il rinnovo. La Regione e le Ferrovie prevedono di riprendersi quegli spazi. Un aspetto che purtroppo affronteremo a breve, sperando che non si voglia chiudere uno spazio culturale per farci uno spogliatoio, come paventato.

 

Lastation – foto di Pierpaolo Luca Artivisive

 

Che rapporto si è stabilito tra Lastation e la comunità del territorio? Con quale elemento innovativo vi siete relazionati?

Noi nasciamo con la consapevolezza che il nostro lavoro sarebbe stato diverso proprio perché non ci siamo stabiliti in una grande città dove c’è un pubblico già appassionato. Ci eravamo posti l’obiettivo di invertire la rotta che di solito vede la gente andare via da questi paesi; volevamo creare una sorta di polo di attrazione. La nostra mission prevede di avvicinare il pubblico al mondo dell’arte contemporanea indipendentemente dalla collocazione e dallo spazio. Cerchiamo di ampliare la nostra offerta culturale realizzando mostre, proiezioni, laboratori per adulti e bambini, panel di discussione, etc. Nell’ultimo anno abbiamo provato a mantenere un focus territoriale lavorando allo stesso tempo su una dimensione internazionale.

Dovevamo necessariamente svolgere un lavoro in maniera diversa. Per esempio, come strategia politica e culturale abbiamo deciso di lavorare sulle residenze d’artista – come inversione del paradigma del vivere in questi luoghi – permettendo agli invitati di lavorare in maniera stabile sul territorio, a riflettere, a confrontarsi e a lavorare con il tessuto sociale. Quindi l’aspetto del site-specific è imprescindibile.

Per noi gli artisti e i medium artistici sono gli strumenti con cui facciamo ricerca e tessiamo relazioni. Per cui l’approccio interdisciplinare è essenziale.

Quali sono le principali criticità che emergono dal rapporto tra arte contemporanea e l’operare sui territori “estremi”? 

Durante il corso della nostra attività ho avuto modo di notare due elementi di criticità rispetto al lavoro sul territorio in cui operiamo. Da un lato, abbiamo un bacino di riferimento numericamente limitato (il nostro paese conta circa cinquemila abitanti); d’altra parte c’è anche un elemento legato alla formazione. Non è semplice lavorare sui temi dell’arte contemporanea in questi contesti, perché spesso abbiamo a che fare con un pubblico di settore o di un pubblico che mastica arte contemporanea. Infatti, adottiamo anche strategie diverse a secondo dei periodi: per esempio una parte delle attività le svolgiamo nel periodo estivo quando si espande il nostro pubblico (studenti, turisti, etc).

L’aspetto internazionale è sempre stato centrale nelle vostre attività a Gagliano del Capo. Qual è il ruolo che invece Ramdom gioca all’estero? 

Il 2020 sarebbe stato un anno cruciale da questo punto di vista. L’aspetto internazionale è sempre stato presente in termini di partenariati e abbiamo sempre ospitato figure internazionali nel nostro spazio. Quest’anno avremmo invertito questa tendenza: Ramdom avrebbe dovuto tenere a fine aprile una conferenza ad Harvard in collaborazione con il Film Study Center e una mostra a Shanghai con Arthub Asia. L’obiettivo di questa programmazione era di esportare la nostra metodologia come valore aggiunto, per dimostrare che quello che facciamo è applicabile e spendibile non solo sulle specificità del nostro territorio ma anche in altri contesti.

 

Antonio De Luca, Sonàrie. Giardino d’attesa, 2017 – veduta installazione. Curato e prodotto da Ramdom

 

Per un’organizzazione artistica e culturale come la vostra, qual è l’aspetto fondamentale per riuscire a farsi strada?

Tante organizzazioni (come pure la nostra) nascono dalla forza e dall’entusiasmo generati dall’opportunità di un finanziamento intercettato tramite il bando di turno. Però quando manca una visione su come portare avanti il lavoro, competitor, analisi di mercato, l’organizzazione entra in crisi in maniera abbastanza rapida. Nel nostro caso abbiamo lavorato basando il nostro modello di business sull’attività progettuale, affinando le competenze per quel tipo di lavoro. Quindi bisognerebbe avere uno sguardo un po’ più lungo e capire come l’organizzazione si tiene in piedi oltre ai meccanismi di finanziamento su bandi.

Cosa si potrebbe migliorare dal punto di vista legislativo o finanziario in Italia nel vostro settore?

L’auspicio è che in futuro ci possano essere dei finanziamenti di carattere strutturale, non intendo forme di assistenzialismo, ma su modelli europei, penso per esempio all’Inghilterra, Francia, Paesi Scandinavi. Finanziamenti episodici sulla base di progetti non sono funzionali per un’organizzazione strutturata, che svolge un lavoro importante e delicato in zone in cui c’è un forte rischio di emarginazione, disagio giovanile, delinquenza, abbandono.

 

Emilio Vavarella, Mnemoscopio, still da VR, 2020. Curato e prodotto da Ramdom con il sostegno del MiBACT e di SIAE “Per Chi Crea – Nuove opere”

 

La crisi che stiamo attraversando ha permesso al settore artistico e culturale di ripensare il ruolo delle tecnologie digitali. Pensate di dover implementare parte delle vostre attività con strumenti digitali anche in vista della “nuova normalità”?

Sicuramente ci sarà più sensibilità nei confronti del digitale in generale, anche perché siamo un paese che nonostante tutto aveva delle lacune da questo punto di vista, ma allo stesso tempo siamo anche un paese del mediterraneo: per noi la socialità è fatta di relazioni umane e personali. 

Non riuscirei a pensare di riconvertire una parte della nostra attività in strumenti disponibili online, anche se al momento stiamo mettendo a disposizione alcuni contenuti come le oltre cinquanta opere della nostra collezione. Approfittiamo di questa fase per dedicarci, inoltre, alla gestione dell’archivio e al back office. La preoccupazione maggiore è l’incertezza sul futuro. Non voglio pensare a futuri distopici, ma il decorso per tornare alla “normalità” sarà un po’ più lungo e doloroso anche della quarantena che abbiamo vissuto.