Ricognizioni Culturali • Sardegna Teatro

Ricognizioni Culturali: dialoghi e prospettive per nuovi modelli di cambiamento 

Il settore artistico e culturale in Italia è perlopiù abitato da piccole organizzazioni e micro imprese che operano in un mercato eterogeneo e frammentato. Malgrado i fragili equilibri economici e finanziari, spesso questi attori sentono la responsabilità di intervenire per risolvere situazioni sociali trascurate da una politica locale poco attenta e di attivare dinamiche fertili da lasciare in eredità a chi verrà dopo. Si tratta dunque di organizzazioni che assumono il ruolo di promotori culturali per incoraggiare l’integrazione sociale, la rigenerazione economica locale, la generazione di impatto culturale e sociale.

Da diversi mesi siamo in ascolto per comprendere le esigenze di queste organizzazioni. A settembre 2018 lanciammo l’indagine Fu/iNDING CULTURE per identificare i bisogni finanziari del settore e l’impegno in progetti a impatto sociale, più recentemente stiamo lavorando ad uno strumento finanziario che renderà più semplice l’accesso al credito per questi soggetti.

Abbiamo pensato di creare la serie Ricognizioni Culturali: dialoghi e prospettive per nuovi modelli di cambiamento per raccontarvi le storie di queste organizzazioni, per riflettere sui difficili equilibri economici e finanziari e sui modelli di offerta artistica e culturale che favoriscono il benessere sociale.

In un particolare momento storico che sta mettendo a dura prova il settore, crediamo sia essenziale sottolineare l’importanza delle imprese culturali nella rivitalizzazione sociale ed economica durante e post COVID19.

Una ricerca aperta a chiunque voglia contribuire

Queste interviste sono parte di un progetto di ricerca che stiamo svolgendo con il nostro partner Fondazione Santagata. La ricerca esplora alcune difficoltà e opportunità per la crescita delle organizzazioni del settore e offre casi studio, strumenti e riflessioni utili all’esplorazione di nuovi percorsi per l’approvvigionamento di risorse economiche e di sostenibilità. Il report sarà disponibile e scaricabile su questo sito e quello di Fondazione Santagata nell’autunno 2020.

Al fine di offrire uno spazio per il confronto e l’apprendimento, abbiamo deciso di aprire questa serie a tutte le organizzazioni interessate a raccontarsi e a condividere le azioni intraprese in questo periodo di emergenza.

Scriveteci all’indirizzo info@nestaitalia.org: saranno considerate quelle organizzazioni artistiche e culturali operanti da almeno un anno, che svolgono attività ad impatto culturale e sociale e che hanno una struttura organizzativa tale da rispondere alla maggioranza delle domande previste dall’intervista.

 

Intervista a Massimo Mancini,  Direttore Generale Sardegna Teatro 

 

Sardegna Teatro ha una storia lunghissima, circa 50 anni di attività. Negli ultimi anni ha intrapreso un percorso diverso. Quali linee di intervento hai adottato dal momento in cui hai preso le redini di Sardegna Teatro? 

Massimo Mancini: Sono arrivato nel momento in cui c’è stato un passaggio di normativa nazionale, ossia quando il governo ha adottato delle soluzioni diverse per tutto il comparto culturale. Quindi sono stato chiamato a candidare Sardegna Teatro all’ottenimento della qualifica di TRIC – Teatro di Rilevante Interesse Culturale. Siamo riusciti a entrare tra i venti soggetti che hanno ottenuto il riconoscimento di TRIC, tra questi noi siamo tra i pochi privati, – nel nostro caso una cooperativa – tutti gli altri sono soggetti pubblici o controllati da enti pubblici. Questa è una caratteristica importante e ambivalente, perché presenta vantaggi ma anche fragilità.

Il mio percorso professionale rifugge una categorizzazione statica, nelle varie strutture in cui ho lavorato l’obiettivo è sempre stato di far incrociare le arti performative con l’attivazione di processi innovativi con impatto sociale su varie scale.

Il progetto di Sardegna Teatro si dirama in una molteplicità di traiettorie. Da un lato investe energie nella produzione di teatro d’arte, con un’attenzione precipua verso i linguaggi della contemporaneità; d’altra lato mantiene un’attenzione all’ascolto e al coinvolgimento delle comunità, lavorando con i quartieri complessi, ospitando progetti per i senza fissa dimora di Cagliari.

Parli di attivazione di processi, quali?

M.M.: Andiamo a indagare le competenze latenti delle persone. Stiamo lavorando in un quartiere complesso di Cagliari, Sant’Elia, e il nostro obiettivo non è necessariamente formare attori o artisti, quanto piuttosto far emergere i talenti e le attitudini, e suggerire percorsi professionali. Quindi il senso della cultura come attivatore di processi di cambiamento è al centro del progetto. Questo necessita della cura costante nel tenere un equilibrio tra etica ed estetica.

Conferire valore alla processualità in ambito artistico, significa dare rilievo e dignità lavorativa a chi collabora con noi, uscendo dall’egemonia del prodotto sul processo. Nel caso del coinvolgimento di una comunità si tratta da parte nostra di tenere in considerazione la responsabilità sociale, senza perdere la qualità produttiva del progetto.

Un processo artistico deve perciò essere in grado di attivare dei processi sociali virtuosi, senza mai smettere di parlare al pubblico, attraverso il linguaggio delle arti performative.

Michela Atzeni -foto di Sardegna Teatro

 

Quali strategie avete adottato per spingere il vostro pubblico verso una maggiore partecipazione culturale?

M.M.: Abbiamo adottato più strategie. In primo luogo abbiamo scelto di lavorare su due città dell’isola; poi sui luoghi fisici che gestiamo, creando degli spazi aperti, accessibili, abitati da attività differenti durante tutta la giornata. Proponiamo una programmazione che affondi le radici nelle tematiche della contemporaneità, facendosi carico di un uso non disciplinato dei linguaggi e dei temi. Ne deriva che scalziamo lo spettatore dalla comodità docile della platea, per proporre un teatro che interroghi, sia capace di essere urticante e non consolatorio, che sia in grado di parlare in profondità a tutte e tutti.

Nel caso di Cagliari, un focus particolare va alla categoria universitaria: a partire dalla constatazione della presenza a Cagliari di 30.000 universitari, abbiamo articolato una strategia di offerta diversificata e abbattimento del prezzo del biglietto, così da oltrepassare le barriere di classe. Invece a Nuoro gli e le adolescenti rispondono con entusiasmo a progetti che li vedono protagonisti dei processi produttivi. In questi anni abbiamo lavorato su una grande raccolta di dati e da poco abbiamo finalmente individuato il programma adatto di gestione dei data raccolti, che ci consente di elaborare proposte mirate.

Inoltre, ci occupiamo anche di un grande lavoro di relazione con tutto quello che è il mondo associativo. Ogni spettacolo viene analizzato in base alle proprie caratteristiche, individuando i pubblici di riferimento. Se parliamo per esempio di eutanasia, coinvolgiamo la maggiore associazione in Italia attiva su questo tema; di recente abbiamo fatto uno spettacolo con gli attori non vedenti, quindi abbiamo coinvolto l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti. Insomma, ogni singolo spettacolo ha un suo canale di promozione.

Non ultimo, pubblichiamo una rivista di approfondimento che si chiama anāgata (termine che in sanscrito significa “quel che non abbiamo ancora raggiunto”) in cui, accanto ai materiali relativi alla nostra programmazione, ci sono approfondimenti, interviste, sguardi laterali. Questo strumento ci aiuta a raccontare le complessità che attiviamo.

Avete provato ad aprire le porte del mercato internazionale? 

M.M.: Sì, abbiamo cercato di allargare il perimetro del mercato puntando molto all’internazionale. Avevamo uno spettacolo, il Macbettu, che ci ha permesso di andare un po’ ovunque.

Ci sono stati ostacoli dal punto di vista linguistico? 

M.M.: No, perché il teatro internazionale è un po’ come il cinema, abituato ai sottotitoli. L’Italia ha quel vizio, in ogni caso il Macbettu era in sardo quindi per il mercato internazionale non cambiava nulla. Anzi, è stato più facile all’estero che in Italia. In Italia c’è stata molta più resistenza.

 

Macbettu – foto di Alessandro Serra

 

Quali forme di finanziamento o legislativo vi augurate per il settore artistico e culturale?

M.M.: Intanto, sulle fonti di finanziamento il ministero ha una legge sullo spettacolo che è stata accantonata durante il precedente governo, ora la legge è stata ripresa e ci si aspetta il passaggio ai decreti attuativi che, per quello che è il mio punto di vista, dovranno tenere conto delle diverse necessità tra i territori, con particolare riferimento al Sud e alle Isole e a un importante incremento di risorse.

In Sardegna non c’è una normativa, o meglio, esiste una legge del 2001 mai stata applicata. Credo che ci sia bisogno di una legge perché in questo momento i finanziamenti per le strutture grandi come la nostra passano per un emendamento in finanziaria, di conseguenza non è semplice pianificare nel medio-lungo termine.

Da quali errori metteresti in allerta chi sta intraprendendo un percorso simile al vostro? 

M.M.: Io avrei dovuto investire maggiormente sulla formazione interna, in modo da dare maggior sostegno allo staff, per affrontare un cambiamento sia sul tipo di offerta culturale, che sulla dimensione internazionale che volevamo sviluppare. Il metodo del ”learning by doing” ha portato a risultati perlopiù pregevoli, ma tuttavia ha sovraesposto lo staff, generando criticità.

Come vi vedete tra 10 anni?

M.M.: In questo momento abbiamo due strade: la trasformazione in un soggetto pubblico o semi-pubblico perché siamo cresciuti abbastanza e per poter tenere questi numeri la dimensione pubblica può dare più certezze. La seconda strada invece, verso cui io tendo di più, è provare a rafforzare la nostra natura come privato con più sedi e con una differenziazione dell’offerta.

Quindi essere presente nelle quattro province sarde e poi avere delle attività in grado di generare utili da reinvestire sempre in attività culturali. Credo che la cosa più interessante per noi sia quella di trasformarci in un’impresa sociale, per ribadire che il profitto è nella qualità.

…che però la legislazione non è ancora chiara del tutto a riguardo.

M.M.: Infatti, il nostro interesse si è frenato perché non si è sviluppata per niente la legislazione del terzo settore. Ma attendiamo gli sviluppi.

Quali sono le tue riflessioni riguardo ai provvedimenti del Decreto “Cura Italia” varato il 17 marzo? Penso in particolare alle importanti misure (tra le tanti) come la Cassa integrazione in Deroga estesa anche alle imprese culturali (art. 22) o al Fondo emergenze spettacolo, cinema e audiovisivo (art. 89).

M.M.: Il combinato dei due articoli darà certo un po’ di ristoro alle imprese culturali, ma l’impressione è che servirà una azione simile anche per il 2021. La sfida maggiore è ripensare ai luoghi che gestiamo, è probabile una riapertura con i vincoli di distanza che renderanno necessario ripensarci.

Dobbiamo immaginare nuove istituzioni e nuovi ruoli e soprattutto cercare pensieri mai pensati su cui poggiare la nostra trasformazione.