Riscoprire la dimensione collettiva

Questi giorni di quarantena forzata lasciano emergere istinti e credenze che credevamo scomparse ma in realtà appena sopite dalla modernità, tra cui l’idea della malattia come castigo. La colpa sembra essere quella di non aver rispettato la natura e di aver osato troppo in virtù di una fede cieca nel progresso tecnologico e della deriva consumistica.
Non credo che tutto questo sia vero e soprattutto che possa essere considerata la causa dell’epidemia del Coronavirus, però la crisi potrebbe avere l’effetto di farci cambiare alcuni comportamenti e farci riscoprire l’importanza della dimensione collettiva.

Prendere consapevolezza del cambiamento in atto

A partire dagli anni del boom economico abbiamo assistito ad una inarrestabile laicizzazione della società e alla affermazione dei valori e dei diritti dell’individuo. Lo spazio delle libertà individuali si è enormemente ampliato a scapito delle regole e dei costumi delle comunità permettendo un più libero sfogo delle pulsioni e l’espansione dei consumi trainati da spinte edonistiche.

Abbiamo vissuto cinquant’anni di evoluzione culturale agevolata dall’aumento della capacità produttiva di beni di consumo, dalla globalizzazione, dallo sviluppo delle reti di comunicazione.

Viviamo in un’epoca meravigliosa in cui le tecnologie permettono di mettere in rete e in funzionamento sinergico il pensiero di miliardi di cervelli umani. il problema è che i nostri strumenti percettivi ci rendono difficile comprendere e sentire le potenzialità di questo nuovo mondo. 

Un punto di svolta?

I nostri costumi, la prossemica, i comportamenti, sono il prodotto di una storia che forse oggi è arrivata ad un punto di svolta davvero epocale e il Covid 19 potrebbe aiutarci a capirlo.

Un esempio ci viene in questi giorni dall’osservazione di come poco per volta molti di noi, anche i più scettici, abbiamo cambiato opinione sulla rilevanza dell’epidemia. L’evidenza dei dati è stata importante ma non determinante quanto il diffondersi di ansia, paura, incertezza.

A ben vedere con il semplice provvedimento di vietare la vendita di sigarette e superalcolici si salverebbero ben più vite umane, senza bloccare l’intero sistema produttivo e bloccare la gente a casa; ma è come se un decisore esterno a noi condizionasse il nostro modo di vivere i fenomeni e determinasse l’urgenza e l’attenzione con cui valutiamo le cose.

La paura si è dimostrata più contagiosa del virus stesso nel momento in cui ha superato una soglia critica di diffusione sociale. Così potrebbe fare la rabbia, una volta superata la paura. Sono fenomeni non nuovi ma amplificati  dal disordine comunicativo tipico della rete e che il mondo dei social ha imparato a sfruttare. 

Le nuove coordinate dell’individualità

Gli algoritmi delle diverse piattaforme sono mirati a leggere le relazioni tra i diversi utenti e tra loro e le cose, attraverso queste relazioni è possibile ricostruire le opinioni e i desideri di ciascuno di noi non tanto per il piacere di profilarci individualmente quanto per conoscere e condizionare i comportamenti di gruppo. 

La risposta che le leggi hanno saputo dare per limitare l’enorme potere delle poche società che controllano la stragrande maggioranza dei dati prodotti in rete è fondata sulla protezione delle privacy.

Siamo molto più sensibili all’idea che qualcuno invada il nostro spazio “spiando” le tracce che lasciamo sulla rete e che consideriamo in qualche modo una proprietà, una parte di noi, una nostra estensione, di quanto ci preoccupiamo di come l’ambiente digitale o la pubblicità in genere modifichi le nostre opinioni.

La priorità è difendere il nostro spazio, il confine tra noi e gli altri come se questo fosse netto e definito così come lo sono i nostri corpi. E’ difficile ammettere che le nostre opinioni si costruiscono in gran parte al di fuori dei nostri confini biologici e che non siamo davvero gli unici proprietari delle nostre idee e neppure gli unici agenti delle nostre azioni.

Più passano i giorni e più ci rendiamo conto che questa guerra al virus per molti di noi si combatte più per interrompere la catena di contagio che non per evitare la nostra salute individuale, è del tutto controintuitivo ma una così grande emergenza è giustificata dalla difesa dei vincoli di solidarietà con i più deboli e dalla sostenibilità del sistema sanitario nel suo insieme. Il nostro organismo e la sua salute diventano un fattore di responsabilità sociale e assumono valore in quanto parte di un organismo più ampio.

Il legame con la dimensione collettiva

Facendo una ardita analogia il virus ci permette di capire il rapporto tra la nostra dimensione individuale e quella collettiva e come non solo la nostra mente ma addirittura il nostro corpo sia strettamente vincolato alle dinamiche del gruppo.

Con questo non intendo negare la finitezza e la chiara perimetrazione dell’organismo sia in termini fisici che funzionali, così come quelli dell’universo mentale saldamente ancorati all’unitarietà dell’Io; quello che si vuole mettere in evidenza è l’esistenza di un’altra dimensione più estesa del nostro essere, difficilmente percepibile attraverso i sensi ma comunque importante per la nostra sopravvivenza e per i nostri comportamenti.

In questi giorni stranianti nelle poche occasioni di socialità siamo obbligati a tenere una grande distanza dalle persone che incontriamo. 

Ripensare la distanza per superare la crisi

In tempi normali la distanza che teniamo dagli altri è uno dei più importanti indizi dei sentimenti che proviamo per loro. Tenere la giusta distanza è fondamentale per comunicare fiducia, confidenza mostrare un atteggiamento non aggressivo; tenersi lontani, al contrario, è il sintomo di diffidenza, antipatia, paura di essere aggrediti o contagiati. 

Contrastare il virus ci impone di adottare nuovi codici di comportamento e ci insegna a vivere la distanza non come segno di odio o di paura ma come condivisione di una dimensione collettiva che la scienza e la ragione ci insegnano ad usare come l’arma più efficace per sconfiggere il nuovo nemico.

In attesa di scoprire un vaccino dobbiamo affidarci alla statistica e all’epidemiologia. Una diversa consapevolezza di questa dimensione potrebbe aprire scenari nuovi in tanti ambiti della nostra vita e insegnarci a sfruttare le potenzialità che le nuove tecnologie dell’informazione ci mettono a disposizione.

Non appena usciremo da questa crisi, probabilmente anche grazie alla capacità della rete di tracciare i nostri spostamenti, si aprirà una finestra temporale in cui questa nuova sensibilità dovrà essere sfruttata per porre le basi di una vera democrazia della info sfera.

Il superamento di una idea di privacy esclusivamente legata ai diritti individuali non può non procedere parallelamente alla creazione di uno spazio di diritto non assoggettato né allo stato né al mercato le cui regole sono tutte da disegnare.