Tech for Good, in pratica

Qualche tempo fa vi abbiamo spiegato perché pensiamo che la tecnologia possa contribuire in modo significativo ad ampliare la scala e l’impatto di alcune soluzioni a problemi esistenti o emergenti. 

Dopo aver definito la nostra visione di “Tech for Good”, spostiamo l’attenzione sulla metodologia: quali processi e quali strumenti ci permettono di scoprire, sviluppare e replicare progetti ed iniziative in cui le tecnologie generano impatto sociale?

Tre fasi fondamentali

La metodologia “Tech for Good” adottata da Nesta Italia fonde best practices, letteratura e anni di esperienza pratica nelle due discipline che il tech for good naturalmente sposa: l’innovazione tecnologica e lo sviluppo sostenibile. 

Questa si articola in tre fasi fondamentali a cui corrispondono una varietà di strumenti, da scegliere e adoperare a seconda del contesto specifico in cui ci si trova a intervenire.

Le fasi sono:

  • Definizione del problema – Comprendere a fondo il problema, il suo contesto, i punti critici, le metriche chiave da migliorare e le leve su cui si può agire per farlo. In questa fase è fondamentale coinvolgere le persone e le comunità interessate dal problema e parlare con gli esperti e i professionisti del settore.
  • Identificazione delle soluzioni – Trovare soluzioni che possono risolvere efficacemente il problema. Dipendentemente dalla complessità e dalla specificità del problema, soluzioni potrebbero già esistere o essere in fase di sviluppo, o necessitare di essere create. Il lavoro di identificazione consiste nel sondare, coinvolgere e incentivare gli innovatori che stanno lavorando o vogliono lavorare a possibili soluzioni al problema. 
  • Validazione e crescita – Introdurre e diffondere la soluzione in maniera iterativa, coinvolgendo gli utenti nello sviluppo, misurandone l’efficacia e l’impatto, e accrescendo le competenze della squadra di lavoro per garantire l’attualità e la sostenibilità della soluzione nel lungo periodo.

Gli strumenti

A ciascuna delle tre fasi di metodologia tech for good descritte è associata una serie di strumenti pratici che ci possono aiutare a raggiungerne gli obiettivi specifici. In questa tabella riassumiamo gli strumenti principali, che andiamo poi a descrivere all’interno di ogni fase.

Definizione del problema

Interviews & focus groups

Definire un problema implica elaborare una modalità di presentazione dello stesso, in modo da poterlo analizzare da diversi punti di vista. Per questo è essenziale coinvolgere molteplici portatori d’interesse, rappresentanti di diverse istanze sociali.

A questo fine sono adoperate alcune tecniche proprie del metodo qualitativo, come le interviste e i focus groups: le prime possono essere di tipo diverso (strutturate, semi-strutturate e non strutturate) a seconda del margine di libertà che si intende lasciare all’intervistato/a. I focus groups, invece, riuniscono più soggetti diversi in una discussione attorno un tema specifico, supervisionata da un/a moderatore/trice che può svolgere un ruolo più o meno attivo. Tanto nelle interviste, quanto nei focus groups, assume particolare importanza anche il linguaggio non verbale.

User story mapping

Definire un problema, abbiamo detto, vuol dire approcciare lo stesso dai diversi punti di vista degli utenti o beneficiari delle nostre azioni. L’obiettivo, in sostanza, è quello di giungere alla cosiddetta “comprensione condivisa” di come funzionano ad oggi i processi relativi alla sfida in oggetto e ai problemi specifici attualmente esistenti.

Uno strumento utile a questo scopo è lo User Story Mapping, una tecnica utilizzata nell’ambito dello sviluppo di prodotti software per far emergere e mettere a fuoco i bisogni principali degli utenti, e collocarli all’interno del contesto del loro percorso attraverso i processi esistenti.

Crowdsourcing

Nella gamma degli strumenti utili alla definizione di un problema rientra anche il Crowdsourcing, un’espressione che fa riferimento, in generale, alla partecipazione inclusiva del pubblico per raccogliere opinioni e generare nuove idee.

La rete ha sicuramente esteso le possibilità dei metodi di indagine e coinvolgimento: basti pensare ai sondaggi online, che permettono di raccogliere in tempi relativamente brevi un ampio e variegato campione di dati. 

Come caso studio, citiamo il sondaggio online lanciato da Nesta UK per analizzare e comprendere la percezione dell’innovazione da parte dei cittadini del Regno Unito, in quanto il settore dell’innovazione, pur riguardando la vita quotidiana delle persone, risulta spesso scollato da una dimensione concreta, rimanendo appannaggio di un discorso astratto e riservato a pochi.

Il crowdsourcing non si limita solo ad una aggregazione passiva di informazioni relative a un problema. Infatti, la sperimentazione si sta orientando verso una sua applicazione su altri livelli, come quello della partecipazione dei cittadini ai processi di policy making. Un esempio ne è l’iniziativa europea DCENT, dedicata all’esplorazione del potenziale delle tecnologie decentralizzate nel favorire processi di democrazia diretta, non solo per definire i problemi, ma anche per consultare l’opinione pubblica in merito a priorità e possibili soluzioni.

Credits: Per Loov on Unsplash

Identificazione delle soluzioni

Ricorrere all’Intelligenza Collettiva è uno dei metodi più efficaci per trovare soluzioni condivise e scalabili alle sfide sociali. Un metodo, anche questo, che beneficia dell’impatto delle rete nell’abbattere distanze geografiche e temporali nella ricerca e raccolta di dati.

Ci sono tre strumenti in particolare che si rivelano piuttosto efficaci a questo scopo, di cui si è parlato diffusamente negli ultimi tempi, anche rispetto al momento storico e la necessità di individuare soluzioni agli effetti della pandemia del Covid-19: Call for Ideas, Challenge Prize e Hackathon.

Questi strumenti si basano su uno schema più o meno condiviso: un’organizzazione lancia una sfida / pone un quesito / sottopone un problema su una materia specifica e offre un premio a chi riesce a individuare una soluzione. In pratica, sono una specie di concorso aperto a tutti, al quale possono candidarsi singoli individui o gruppi di persone.

Call for Ideas

Le call for ideas generalmente ricercano soluzioni pronte ad essere testate, applicate e replicate. Mettono a disposizione un premio in denaro, che può essere anche accompagnato da momenti di formazione (come seminari e workshops) e da altri benefici per i candidati, come programmi di accelerazione o consulenza.

Ad esempio, nel 2018 Nesta Italia ha lanciato una call per testare idee innovative nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale , mentre quest’anno Nesta UK ha istituito una call per finanziare idee che combinano IA e IC per progettare la ripresa post-pandemia.

Challenge Prize

Il Challenge Prize è tra tutti uno degli strumenti più antichi, introdotto per la prima volta nel 1745 dal Governo Britannico per risolvere il problema dell’orientamento durante la navigazione. 

Anche in questo caso, si tratta di una competizione pubblica che permette di identificare la soluzione ad un problema specifico, evitando di sprecare risorse in soluzioni inefficaci: il premio, infatti, viene erogato solo dopo la risoluzione della sfida.

Il merito della riscoperta internazionale di questo metodo di innovazione si deve soprattutto al lavoro del Challenge Prize Center di Nesta UK, che ha raccolto tutti i suggerimenti utili all’organizzazione di un challenge prize all’interno di una guida pratica di cui abbiamo realizzato l’edizione italiana.

Hackathon

Gli Hackathon sono delle vere e proprie maratone di innovazione (il termine nasce d’unione tra i termini hacking e marathon), nati per sviluppare in poco tempo dei software funzionanti. Sono solitamente eventi di breve durata (2-3 giorni al massimo), che si rivolgono a programmatori, data scientists, designers e altri esperti di linguaggi informatici.

Il raggio di applicazione di questo strumento si è ampliato ad una molteplicità di settori, per cui durante gli hackathon si sviluppano soluzioni creative basate sulla tecnologia, come applicazioni e piattaforme. L’obiettivo, quindi, non è solo trovare delle soluzioni ma anche creare e rafforzare le comunità intorno ad alcuni temi, nonché dare vita a collaborazioni e partnerships multisettoriali.

Il 2020 ha visto l’organizzazione di un grande hackathon pan-europeo, EU vs Virus, che ha riunito oltre duemila team tra 40 Paesi diversi per sviluppare soluzioni post-Covid in settori quali sanità, inclusione sociale, finanza, educazione e lavoro da remoto.

Credits: AbsolutVision on Unsplash

Validazione e Crescita

Dopo aver definito un problema e aver identificato le soluzioni possibili, l’ultimo step consiste nella validazione e sviluppo iterativi verso la crescita e la sostenibilità di lungo termine. Abbiamo deciso di raggruppare validazione e crescita all’interno della stessa fase poiché sono parte inscindibile dello stesso ciclo di apprendimento continuo, necessario per la durabilità e resilienza delle soluzioni e delle rispettive organizzazioni.

Validazione

Monitoraggio e valutazione di impatto

Per poter monitorare e valutare l’impatto delle diverse iniziative promosse, Nesta Italia fa riferimento alla cosiddetta teoria del cambiamento (ToC), un processo partecipativo attraverso il quale identificare le motivazioni e le modalità da seguire per il raggiungimento di obiettivi collettivamente identificati, per poi valutare l’impatto raggiunto.

Gli obiettivi vengono infatti definiti durante una prima fase di valutazione che parte dall’individuazione degli obiettivi di lungo periodo, per poi procedere a ritroso con la definizione di tutte le condizioni necessarie al raggiungimento degli stessi, e quindi del cosiddetto “pathway to change”. Il processo di mappatura dei criteri di valutazione e degli outcome di breve, medio e lungo periodo permette di svolgere una pianificazione accurata e di valutare poi in maniera più effettiva l’impatto sociale ottenuto.

Il processo della ToC fornisce quindi una serie di indicatori e criteri che:

  1. Guidano l’operato, stabilendo i passi e le azioni da compiere;
  2. Posizionano l’iniziativa rispetto a partners interni ed esterni, facilitando possibili collaborazioni e partnerships;
  3. Pongono le basi per la valutazione dell’impatto, stabilendo fin da subito concetti chiave come quello di “successo” e i relativi criteri di analisi, così da guidare la valutazione dei risultati ottenuti e dell’impatto sociale raggiunto.

Build-measure-learn

Uno dei principali strumenti per validazione e sviluppo iterativi è il build-measure-learn feedback loop: si tratta di applicare un processo di verifica e apprendimento continuo che permette ad un’organizzazione di procedere verso il  raggiungimento degli obiettivi prefissati in maniera progressiva e testando l’efficacia di quanto costruito. 

È un processo che appartiene alla metodologia lean startup, introdotta nel 2008 dall’imprenditore Eric Ries e diffusasi rapidamente, grazie anche al passaparola via web. Da questa metodologia ha avuto origine il cosiddetto agile software development, un approccio meno rigido che si focalizza sul raggiungimento degli obiettivi, puntando alla qualità del risultato e abbattendo, contemporaneamente, costi e tempi.

Crescita

Per quanto riguarda invece la crescita di un’idea o di un’organizzazione stessa verso la sostenibilità di lungo periodo, è importante che la squadra intraprenda un percorso duraturo di continuous learning per equipaggiarsi della conoscenza necessaria a intraprendere il percorso e per mantenersi aggiornati lungo il cammino.

Esistono a tali scopi degli appositi programmi, ormai consolidati nel panorama dell’innovazione: incubazione, accelerazione, capacity building. Si basano tendenzialmente sulla formazione e il rafforzamento di un team o di una proposta progettuale, per far sì che siano meglio preparati alla crescita di scala dell’organizzazione e dei relativi prodotti e servizi, nonché alla ricerca di investimenti, se necessari.

Credits: Edward Howell on Unsplash

Incubazione e accelerazione

Mentre l’incubazione si rivolge generalmente a progetti allo stato embrionale, l’accelerazione si differenzia per alcune caratteristiche, come un alto livello di selezione all’ingresso, la durata limitata nel tempo e il rivolgersi a consorzi o gruppi di start-ups, piuttosto che a singole organizzazioni.

Capacity building

Il capacity building fa invece riferimento al rafforzamento in itinere delle competenze già esistenti all’interno di un’organizzazione, per assicurarne la crescita sostenibile nel tempo. Ha acquisito particolare valore nel contesto no-profit, come insieme di strumenti che supportano le organizzazioni nell’esercitare un impatto positivo sulle comunità di riferimento.

Tuttavia, si rischia spesso di ridurre questi percorsi a momenti di apprendimento passivo, quando il miglior modo per rafforzare le competenze – come ha sottolineato Geoff Mulgan – consiste in un allenamento costante, attraverso l’esperienza, un po’ come avviene con la crescita muscolare, che richiede un esercizio fisico regolare e continuato.

Cosa fare in concreto?

Gli strumenti per definire, sviluppare e applicare soluzioni alle sfide sociali sono numerosi, ampiamente documentati e adottati in diversi ambiti di intervento.

Se le tre fasi descritte (definizione del problema, individuazione delle soluzioni, validazione e crescita) costituiscono tre steps necessari all’efficacia di una soluzione, gli strumenti sono invece modulabili e, per scegliere quali adottare, va considerato anzitutto il contesto in cui si opera, le risorse disponibili e gli attori coinvolti.

Nei prossimi mesi vi parleremo in modo più approfondito dei nostri progetti sul territorio e di come mettiamo in campo la metodologia e gli strumenti presentati in questo articolo.

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